martedì 31 maggio 2011

Quando le donne spingono verso l'autolesionismo: Misseri e gli effetti devastanti del gineceo.

«Ho fatto tutto io, lo giuro sulle ossa di mia madre. Non dovevo uscire io, ma Sabrina e Cosima che sono innocenti. Se le condannano la mia morte sarà sulla tomba di Sarah»


TARANTO -  «Ho fatto tutto io, lo giuro sulle ossa di mia madre. Non dovevo uscire io, ma Sabrina e Cosima che sono innocenti. Se le condannano la mia morte sarà sulla tomba di Sarah». Lo afferma Michele Misseri, scarcerato ieri per decorrenza dei termini di custodia cautelare, in un colloquio con la Stampa in cui torna a raccontare la dinamica dell'omicidio della nipote Sarah Scazzi. La narrazione parte da maggio, quando è esplosa la sua crisi personale e con Cosima, per arrivare a «quel maledetto 26 agosto».


«Ero arrabbiatissimo perchè il trattore non partiva e pensavo che tutti ce l'avevano con me, gridavo e Sarah è venuta a vedere, questo ho pensato. Io gli ho detto vattene, ma lei mi doveva dire qualcosa, allora l'ho sollevata di peso, l'ho girata per cacciarla, e quando mi ha dato un calcio sono esploso, tutta la mia rabbia l'ho messa sopra di lei. Avevo una corda sul parafango del trattore e gliela ho girata due volte al collo. Sarah aveva il telefonino in mano - prosegue Misseri - ed è caduto aprendosi in due. Quando l'ho lasciata lei è caduta con il collo sul compressore e quando l'ho presa da terra aveva il collo storto».

Misseri spiega di essersi reso conto solo due giorni dopo l'incidente probatorio che la figlia Sabrina sarebbe rimasta in carcere «tutta la vita» e non come gli avevano detto, «che stavamo due anni tutti e due e poi uscivamo». Da allora, dice, «nessuno mi ha più voluto ascoltare». Nel memoriale che porta con sè, assicura, «c'è la verità. Dopo che ho visto quello che hanno fatto con le lettere non l'ho più dato», alla procura. Le lettere, prosegue il contadino di Avetrana, «nessuno mi ha detto di scriverle perchè alla vigilia di Natale mi ero arrabbiato visto che nessuno mi credeva. Non sapevo nemmeno che a Sabrina potevo scrivere».

«Io sono cosciente che devo tornare in carcere, perchè so quello che ho fatto e devo pagare», ribadisce Misseri. «Volevo ammazzarmi prima di andare in carcere con il veleno che usavo per pompare le olive, e adesso mi ammezzerei ma non lo faccio perchè ci sono due innocenti in carcere». A Sabrina «come potrò mai chiedere perdono?», si domanda, mentre della moglie Cosima afferma: «La capirò se non vorrà più parlarmi, per colpa mia c'è andata di mezzo, e come lei anche mio fratello e mio nipote. Io ho fatto tutto da solo». Misseri si dice pentito: «Ho già chiesto perdono a Dio, ma non so se me lo ha dato».

SINDACO: NO TSO, SOLO VISITA DI CONTROLLO Il sindaco di Avetrana, Mario De Marco, non ha disposto ieri sera per Michele Misseri alcun trattamento sanitario obbligatorio (Tso) ma solo una visita medica urgente per accertare lo stato psicologico dell'agricoltore. Lo ha spiegato all'ANSA lo stesso primo cittadino. «Ieri sera - ha riferito il sindaco - durante il tragitto dal carcere a casa avrebbe manifestato verbalmente propositi suicidi. La circostanza è stata riferita da coloro che lo scortavano ai carabinieri di Avetrana i quali mi hanno chiesto di far eseguire una verifica urgente dello stato psicologico di Misseri. Di conseguenza ho disposto con ordinanza una visita medica ed è stato allertato il 118 il cui personale, con la mia ordinanza e la richiesta dei carabinieri, ha accompagnato Misseri in ospedale a Taranto». Misseri è stato accompagnato in ambulanza all'ospedale San Giuseppe Moscati dove è stato visitato e all'1.50, non essendo stato riscontrato nulla di preoccupante sul piano medico ha lasciato l'ospedale ed è stato accompagnato a casa ad Avetrana. Quando il personale del 118 si è recato a casa Misseri per accompagnare in ospedale l'agricoltore, nell'abitazione c'erano anche due giornaliste, oltre alla figlia maggiore di Misseri Valentina.

SCARCERATO, POI IN OSPEDALE Era tornato a casa, libero dopo sette mesi di carcere, Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa ad Avetrana. Ma zio Michele, come ormai era conosciuto l'uomo, in serata è stato portato all'ospedale di Taranto dopo un'ordinanza di trattamento sanitario obbligatorio firmata dal sindaco del paese pugliese. A raccontare quanto accaduto la figlia Valentina che si trovava con lui: «sono venuti i medici del 118 dicendo di aver ricevuto una chiamata, ma io non ho chiamato nessuno. Lui stava bene, era meravigliato per essere uscito dal carcere e si è sfogato ma stava benissimo». Alla richiesta di spiegazioni, ha aggiunto Valentina, i medici hanno risposto che era stato il sindaco di Avetrana a disporre con un'ordinanza il ricovero.

Ancora un colpo di scena, dunque, nella vicenda dell'omicidio di Sarah. Michele Misseri aveva varcato la soglia del carcere di Taranto poco prima dell'alba del 7 ottobre scorso, a bordo di un'auto dei carabinieri. Ieri sera alle 19.15 l'uomo è uscito dallo stesso cancello, riconquistando la libertà. Lo ha fatto a bordo di una Jeep con i vetri oscurati, coprendosi il volto con una coperta e accanto alla figlia Valentina, scortato per un tratto da auto dei carabinieri e della polizia penitenziaria. Ha dribblato così decine di cameramen e giornalisti, mentre una piccola folla di curiosi applaudiva al suo passaggio. Misseri è stato scarcerato dal gip del Tribunale di Taranto Martino Rosati. L'agricoltore di Avetrana resta indagato in stato di libertà per omicidio, vilipendio di cadavere e soppressione di cadavere.

L'unico obbligo impostogli è quello di presentarsi ogni pomeriggio alla caserma dei carabinieri di Avetrana per firmare la presenza. La decisione del gip è scaturita dall'esame di un'istanza di scarcerazione depositata stamani dal difensore di Misseri, l'avv. Francesco De Cristofaro, ma soprattutto dalla richiesta formulata dalla stessa Procura di Taranto. Nell'istanza il difensore di Misseri sosteneva la decorrenza dei termini di custodia cautelare. La Procura l'ha ritenuta inammissibile perchè per il reato di omicidio, ancora contestato all'agricoltore, il periodo massimo di carcerazione preventiva è di un anno, e non è ancora scaduto. Ma nello stesso tempo i magistrati inquirenti hanno depositato una richiesta di revoca della misura cautelare per il reato di omicidio, ritenendo attenuate le esigenze di detenzione, e di estinzione dell'altra misura restrittiva riguardante la soppressione del cadavere di Sarah. Il gip, nel giro di poche ore, ha ritenuto che per Michele Misseri, allo stato attuale delle indagini, il periodo di detenzione dovesse finire.

In serata l'agricoltore è arrivato a casa, nella villetta in via Deledda 22 ad Avetrana dove si è consumato il delitto di Sarah. Ad attenderlo, tra la folla di fotografi, cameramen e giornalisti e tanti curiosi, c'erano anche due sorelle e una nipote, che lo hanno visto, amareggiate, solo sfilare in casa accompagnato da Valentina. La scarcerazione dell'agricoltore è arrivata nello stesso giorno in cui la moglie, Cosima Serrano, e la figlia Sabrina, entrambe detenute nello stesso carcere di Taranto, non hanno voluto rispondere alle domande del gip durante l'interrogatorio di garanzia. Atteggiamento suggerito dai difensori delle due donne. «In questo momento non era opportuno che rispondesse» hanno detto i legali di Cosima; «non c'era alcuna utilità processuale» se avesse risposto, ha ribadito uno dei difensori di Sabrina.

Cosima e sua figlia sono accusate, nell'ordinanza di custodia cautelare notificata loro il 26 maggio scorso (la seconda per Sabrina) di concorso in omicidio e soppressione di cadavere. E nella tarda mattinata in carcere, accompagnata dalla zia Emma, sorella di Cosima, era giunta anche Valentina per far visita ai parenti. Ha avuto un colloquio solo con Sabrina, è andata via senza dire una parola. Poi, nel tardo pomeriggio, è stata chiamata dagli inquirenti quale parente più stretto per accompagnare fuori dal carcere il padre. Ma il soggiorno a casa di Michele è durato poco. In serata il ricovero nell'ospedale di Taranto.

DA ASSASSINO A SEMPLICE 'MANOVALE'  Da assassino reo confesso a 'manovale' addetto alla soppressione di un cadavere. Michele Misseri è da stasera un uomo libero dopo 236 giorni passati in carcere durante i quali ha fornito agli inquirenti sette versioni per il delitto della nipote Sarah Scazzi, assassinata, pare, in casa degli zii il 26 agosto scorso. Taciturno e sottomesso - secondo l'accusa - alla moglie Cosima e alla figlia Sabrina, il 57enne è tornato nella casa della morte in cui Sarah sarebbe stata strangolata da Sabrina con una cintura senza che la mamma di quest'ultima intervenisse per fermare la figlia. Potrà scendere nel garage dell'orrore in cui caricò sull'auto il cadavere della ragazzina. Potrà lavorare nelle sue campagne che ha abbandonato il 7 ottobre scorso quando fu fermato dopo aver confessato il delitto facendo ritrovare il cadavere della nipote in una cisterna piena di acqua piovana. I suoi concittadini, in realtà, lo avevano riabilitato subito dopo il fermo della figlia Sabrina, il 15 ottobre. Ora invece è il gip Martino Rosati che lo manda a casa sostenendo che l'uomo non ha partecipato al delitto ma ha avuto un ruolo nella soppressione del cadavere della quindicenne.

Nel giorno della scarcerazione di zio Michele tornano alla mente le parole pronunciate frettolosamente dal procuratore di Taranto, Franco Sebastio, il giorno dopo il fermo dell'agricoltore: «Il caso è chiuso al 90%», disse ai cronisti. Dopo otto giorni incassò sportivamente il colpo con il fermo di Sabrina che riapriva le indagini. Il resto della storia è scandito da una serie di colpi di scena seguiti con ossessionante interesse dai media fino all'arresto (del 26 maggio) della moglie di Michele Misseri, Cosima Serrano, e alla scarcerazione (di oggi) del contadino di Avetrana. Chissà se tornando a casa Michele Misseri deciderà di dormire nel letto matrimoniale nel quale non riposava più perchè aveva paura di disturbare la sua 'Miminà. Lui, infatti, preferiva sprofondare sulla sedia a sdraio della cucina perchè - raccontano i detrattori delle donne di casa Misseri - non poteva andare ovunque altrimenti avrebbe sporcato la grande casa di via Deledda. Chissà se ritroverà al loro posto, sui mobili, le foto incorniciate del suo matrimonio dove il giovane Michele, 30 anni fa, sorridendo stringeva le mani della sua innamorata: lei, vestita di bianco, aveva il capo coperto dal velo e da una corona di fiori bianchi; lui la guardava sornione e le donava una rosa bianca sfilandola dall'asola della sua giacca. Erano altri tempi.

fonte: leggo on line

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