giovedì 12 maggio 2011

Il postcomunismo italiano resta maestro in strumentalizzazione della realtà

Come si chiama tecnicamente l’accensione dei riflettori sulla memoria delle vittime del terrorismo evitando opportunamente di fare memoria (o anche solo menzione) di quale clima e di quali ideologie armarono il terrorismo? Il classico metodo di strumentalizzazione della realtà di cui il postcomunismo italiano rimane insuperabile maestro 



Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ricorda i dieci magistrati uccisi dal terrorismo. E lo fa oggi, dopo che un paio di settimane fa lo sconsiderato Roberto Lassini, candidato al consiglio comunale di Milano nelle liste del Pdl, aveva affisso manifesti inneggianti al “Via le Br dalle procure”. Nessuno ha voluto tener conto del fatto che, come tanti italiani, Lassini è una di quelle vittime della giustizia, distrutte da sentenze che hanno tolto loro i migliori anni di vita prima di essere riconosciute innocenti. Ma è vero, se l’uomo merita comprensione, il suo atto non può avere alcuna giustificazione.

Ma è autentica l’indignazione di chi si è stracciato le vesti per l’indecente manifesto del politico milanese? Lo sarebbe se, organizzando in fretta e furia un giorno di memoria e allestendo nei tribunali italiani le gigantografie delle vittime in toga del terrorismo, avesse avuto l’onestà morale e intellettuale di fare anche memoria di quali furono le ideologie che armarono le mani dei terroristi e chi, negli alti vertici della vita politica e culturale del paese, di quelle idee e di quelle mani assassine si fece fiancheggiatore o, per la meno, offrì giustificazioni.

 «Se vedi un punto nero spara a vista o è un carabiniere o è un fascista». E’ solo uno dei tanti slogan che riempiva le piazze italiane negli anni ’70. Il clima, fervoroso e fervente, supportato dalla grancassa mediatica antifascista che vedeva minacce per la democrazia solo dagli sparuti gruppi di missini, dimentica facilmente che dalle scuole alle università, dalle fabbriche ai giornali, il “fascismo rosso” era largamente prevalente e aveva stuoli di fiancheggiatori e, in cima, era approvato dal fior fiore degli intellettuali di sinistra.

Basterà qui ricordare che Oreste Scalzone, uno dei leader dell’Autonomia Operaia e teorico della rivoluzione come “doppio lavoro di chi si è rotto le balle” (e così autorizzava la doppia vita dell’impiegato in cravatta di giorno, di notte con le bombe e il passamontagna), ha ammesso che “il terrorismo è cresciuto nei cortili di casa del Pci” e che l’antifascismo militante e armato degli anni ’70 era considerato in degna, se pur estremistica, continuazione con l’antifascismo partigiano che all’indomani della guerra aveva tradito gli ideali rivoluzionari e aveva accettato le regole della democrazia “borghese”.

E’ vero che il Partito comunista italiano (di cui Giorgio Napolitano fu insigne esponente fino al punto di applaudire all’invasione sovietica di Budapest che schiacciò nel sangue la rivolta ungherese del ’56, “in Ungheria – disse Napolitano – l’Urss porta la pace” ), dalla metà degli anni settanta in avanti diede un contributo decisivo alla sconfitta dei terroristi. Ma è anche storia che la maggior parte delle centinaia di vittime italiane (e almeno otto dei dieci magistrati) del terrorismo, vennero sacrificate in nome della rivoluzione comunista, non in nome della prassi politica, democratica e liberale, della Dc, del Psi e, oggi, del cosiddetto berlusconismo, Dc e Psi annientati per via giudiziaria vent’anni orsono, Berlusconi da vent’anni inseguito dalle medesime ali di magistratura provenienti da una storia di militanza e appartenenza al Partito comunista italiano (vedi profilo storico di Magistratura Democratica e quello biografico di magistrati milanesi come D’Ambrosio, Borrelli, Spataro, Boccassini eccetera)

Ora, come si chiama tecnicamente l’accensione dei riflettori sulla memoria delle vittime del terrorismo evitando opportunamente di fare memoria (o anche solo menzione) di quale clima e di quali ideologie armarono il terrorismo, anzi, piuttosto ammiccando all’attualità della polemica che oppone Berlusconi ad alcuni magistrati di Milano? Dicano i lettori se c’è una risposta migliore di questa: per noi si tratta del classico metodo di strumentalizzazione della realtà in chiave di falsa coscienza, ideologia, propaganda, di cui il postcomunismo italiano (che naturalmente oggi dice di non essere mai stato comunista e di avere avuto sempre le “mani pulite”) rimane insuperabile maestro.
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ricorda i dieci magistrati uccisi dal terrorismo. E lo fa oggi, dopo che un paio di settimane fa lo sconsiderato Roberto Lassini, candidato al consiglio comunale di Milano nelle liste del Pdl, aveva affisso manifesti inneggianti al “Via le Br dalle procure”. Nessuno ha voluto tener conto del fatto che, come tanti italiani, Lassini è una di quelle vittime della giustizia, distrutte da sentenze che hanno tolto loro i migliori anni di vita prima di essere riconosciute innocenti. Ma è vero, se l’uomo merita comprensione, il suo atto non può avere alcuna giustificazione.

Ma è autentica l’indignazione di chi si è stracciato le vesti per l’indecente manifesto del politico milanese? Lo sarebbe se, organizzando in fretta e furia un giorno di memoria e allestendo nei tribunali italiani le gigantografie delle vittime in toga del terrorismo, avesse avuto l’onestà morale e intellettuale di fare anche memoria di quali furono le ideologie che armarono le mani dei terroristi e chi, negli alti vertici della vita politica e culturale del paese, di quelle idee e di quelle mani assassine si fece fiancheggiatore o, per la meno, offrì giustificazioni.

 «Se vedi un punto nero spara a vista o è un carabiniere o è un fascista». E’ solo uno dei tanti slogan che riempiva le piazze italiane negli anni ’70. Il clima, fervoroso e fervente, supportato dalla grancassa mediatica antifascista che vedeva minacce per la democrazia solo dagli sparuti gruppi di missini, dimentica facilmente che dalle scuole alle università, dalle fabbriche ai giornali, il “fascismo rosso” era largamente prevalente e aveva stuoli di fiancheggiatori e, in cima, era approvato dal fior fiore degli intellettuali di sinistra.

Basterà qui ricordare che Oreste Scalzone, uno dei leader dell’Autonomia Operaia e teorico della rivoluzione come “doppio lavoro di chi si è rotto le balle” (e così autorizzava la doppia vita dell’impiegato in cravatta di giorno, di notte con le bombe e il passamontagna), ha ammesso che “il terrorismo è cresciuto nei cortili di casa del Pci” e che l’antifascismo militante e armato degli anni ’70 era considerato in degna, se pur estremistica, continuazione con l’antifascismo partigiano che all’indomani della guerra aveva tradito gli ideali rivoluzionari e aveva accettato le regole della democrazia “borghese”.

E’ vero che il Partito comunista italiano (di cui Giorgio Napolitano fu insigne esponente fino al punto di applaudire all’invasione sovietica di Budapest che schiacciò nel sangue la rivolta ungherese del ’56, “in Ungheria – disse Napolitano – l’Urss porta la pace” ), dalla metà degli anni settanta in avanti diede un contributo decisivo alla sconfitta dei terroristi. Ma è anche storia che la maggior parte delle centinaia di vittime italiane (e almeno otto dei dieci magistrati) del terrorismo, vennero sacrificate in nome della rivoluzione comunista, non in nome della prassi politica, democratica e liberale, della Dc, del Psi e, oggi, del cosiddetto berlusconismo, Dc e Psi annientati per via giudiziaria vent’anni orsono, Berlusconi da vent’anni inseguito dalle medesime ali di magistratura provenienti da una storia di militanza e appartenenza al Partito comunista italiano (vedi profilo storico di Magistratura Democratica e quello biografico di magistrati milanesi come D’Ambrosio, Borrelli, Spataro, Boccassini eccetera)

Ora, come si chiama tecnicamente l’accensione dei riflettori sulla memoria delle vittime del terrorismo evitando opportunamente di fare memoria (o anche solo menzione) di quale clima e di quali ideologie armarono il terrorismo, anzi, piuttosto ammiccando all’attualità della polemica che oppone Berlusconi ad alcuni magistrati di Milano? Dicano i lettori se c’è una risposta migliore di questa: per noi si tratta del classico metodo di strumentalizzazione della realtà in chiave di falsa coscienza, ideologia, propaganda, di cui il postcomunismo italiano (che naturalmente oggi dice di non essere mai stato comunista e di avere avuto sempre le “mani pulite”) rimane insuperabile maestro.


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