sabato 30 aprile 2011

Stati Generali Giustizia Familiare: genitori e associazioni protagonisti a Roma il 7 maggio

Roma. Il Comitato Organizzatore (Radicali Italiani, ADIANTUM, L.I.D., FENBI, ANFI, Genitori Italiani) della prima edizione degli Stati Generali sulla Giustizia Familiare ha definito il programma attraverso il quale si snoderanno i tre giorni di lavori. 

Si comincia il 5 al Campidoglio con interventi tecnici (ma non solo...) destinati ad una platea di avvocati e consulenti familiari. Si prosegue il 6 (sempre al Campidoglio) con relazioni di ampio respiro e l'intervento di rappresentanti del Governo (Sottosegretario Giovanardi) e parlamentari (Gallone, Bernardini, Mussolini), e si chiude il Sabato 7 maggio all'Hotel Palatino (via Cavour, 213/m), in quella che è destinata ad essere la giornata più ricca e rappresentativa per la Società Civile. Sono prev, infatti, ampi spazi di intervento (4 minuti ciascuno) per i genitori che si sono iscritti a parlare e che vogliono raccontare la propria esperienza di Giustizia Familiare. 

Spazio anche alle associazioni regionali, i cui rappresentanti avranno a disposizione 15 minuti ciascuno.
A partire da domani, pertanto, l'evento verrà propagandato grazie al lavoro di un Ufficio Stampa ("Il Paese delle idee", resp. Mauro Alcamisi) e grazie all'impegno dei volontari del Comitato Organizzatore. 

Particolare rilievo avrà, come si diceva, la giornata del 7 maggio, durante la quale verrà redatto un documento programmatico che verrà consegnato nelle mani dei maggiori rappresentanti delle Istituzioni: Presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, Presidenza del Consiglio e CSM. Il medesimo documento verrà trasmesso agli organismi dell'Avvocatura Nazionale e dei Servizi Sociali. 

Nei prossimi giorni, inoltre, gli stessi destinatari, più altre personalità qualificate, verranno formalmente invitati ad intervenire alla tre giorni di Roma.

Fonte: adiantum.it

giovedì 28 aprile 2011

La donna separata e la "sindrome" della gazza ladra


Viviamo..... 
in una società dove ormai alcune e forse già molte donne hanno la sindrome della gazza ladra, attratte da ogni luccichio da prendere e da assaporare escludendo il proprio partner e spesso disfacendosene perché ormai obsoleto, rubando letteralmente i figli ai padri, 

distruggendo la propria famiglia e le fondamenta del cammino dei figli, uccidendo così "il futuro" che deve sempre avere una radice, una base di riferimento da cui partire, in cambio della libertà di fiondarsi su quel bagliore, su ogni bagliore per vivere la nuova esperienza e per dire io amo il mondo, io amo tutti, ma in effetti non sanno il male che fanno ai loro partner e ai loro figli, dove sembra si salvino soltanto quegli uomini accondiscendenti, quelli che accettano ogni sorta di nefandezza delle loro mogli, come possono crescere questi ragazzi?

Come possono crescere questi ragazzi in contesti dove le mamme frequentano altre mamme separate e pluridivorziate che come in una sorta di comunità educano a vicenda i figli delle amiche alla loro maniera, dove i padri vengono sostituiti dagli amanti e messi concretamente da parte. 

Dove gli amanti si ingraziano le proli altrui con regali e buonismi furbeschi. 

L'alienazione non è solo genitoriale, attraverso il plagio esplicito o implicito, purtroppo subentrano altri elementi esterni. 

Una donna separata con la sindrome della gazza ladra tende a frequentare altre donne della stessa sostanza o uomini accondiscendenti ai quali non gliene frega niente. 

E purtroppo in questo scenario i valori di riferimento si perdono o non hanno senso. 

Mogli che predicano l'allargamento, mogli che desiderano più partner, per sentirsi sempre più al centro dell'attenzione, per riempire vuoti mentali e insoddisfazioni, per sperimentare amori che alla fine sottraggono quell'amore più importante, quello per i propri figli. 

Credono di amarli, appunto come dice Galiberti, prestandogli la propria camera o il proprio letto per farli scopare a casa in nome dell'amore, ma non sanno che stanno sottraendo loro la costruzione individuale dei sentimenti e dei valori ad essi legati. 

In un mondo femminilizzato dove la figura maschile non ha ormai più alcun valore di guida, frustrata e devirilizzata da donne madricentriche che si assumo il diritto di fungere anche da figura maschile, la società non può che andare in questo verso e la malattia comincia a dare i segni dell'ammaloramento. 

Una piaga, un cancro che viene alimentato anche dalle leggi, a favore di esse e che indeboliscono l'uomo, il maschio. Il quale non può nulla per fermare il suicidio della famiglia e spesso soccombe, perdendosi nella disfatta. Ma le malattie si combattono e si devono studiare. 

Noi umani siamo del tutto simili ad ogni altra cosa. Se in corpo umano le cellule si suicidano, significa che c'è qualcosa che non funziona in quel corpo e non possiamo attribuirgli mancanza di virtù difensive, in quel corpo c'è qualcosa che non va nel verso giusto. 

Lo stesso accade nella società, se oggi diversi uomini si suicidano sopo una separazione o uccidono, se i nostri ragazzi fanno altrettanto non è per mancanza di virtù difensive che lo fanno e non è per mancanza di capacità adattative che succede questo, perchè quando si snatura un elemento si innescano fattori imprevedibili che tendono a far percepire che qualcosa non funziona. 

L'umanità è stata snaturata. 

Mi fanno pena ma anche molta rabbia coloro che inneggiano alla famiglia allargata e a diversi modi di vederla. Coloro che lo fanno sono vittime di un cortocircuito. 

Ma la natura sappiamo non la si può domare, essa si impadronirà nuovamente di ciò che gli si sottrae e lo fa mostrando i suoi muscoli facendoci apparire al suo confronto dei microscopici virus, quali noi siamo davvero. Degli stupidi virus.


Fonte redazione da un commento di Michela Farlassi sulla pagina Facebook NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE in risposta al video L'Ospite Inquietante di Umberto Galimberti http://youtu.be/UQcvpevBVfI

Affido condiviso, sen. Poretti: le critiche dei magistrati di AIMMF sono infondate

Roma, 27 apr - "L'Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (Aimmf) ha recentemente espresso pesanti critiche nei riguardi di un mio disegno di legge che prevede norme in materia di affido condiviso, elaborato in collaborazione con l'Associazione Crescere Insieme. E' necessario innanzitutto specificare che le critiche che i magistrati rivolgono al ddl 957 sono riferibili a un vecchio testo e non a quello aggiornato S.2454 che mi vede prima firmataria". A sottolinearlo in una nota la senatrice Donatella Poretti, parlamentare Radicale che spiega: "In realtà, la gran parte di queste critiche non appaiono molto fondate ed alcune totalmente infondate, così come si evince dalla replica ad ogni singolo punto preparata e comunicata ieri dall'Associazione Crescere Insieme e dal suo Presidente Marino Maglietta.

Come dallo stesso Maglietta suggerito, l'intento dell'Aimmf, sembra essere più quello di muoversi contro un nuovo approccio di bigenitorialità e di affido condiviso previsto dai ddl in oggetto, per sostenere il mantenimento dell'attuale modello che preved e l'affido esclusivo e un minor ricorso alle figure di mediazione familiare, modello che, in barba spesso al supposto e richiesto da convenzioni internazionali, interesse prioritario del minore, oltre a discriminare nella cura dei figli quei genitori cui non è dato l'affido, risulta spesso in soluzioni "preconfezionate" e non studiate nelle particolari situazioni, con interventi da parte della magistratura spesso automatici, al che si può anche comprendere perché da parte di questi la si preferisca ad un iter che fa del ricorso alla mediazione familiare una risorsa particolare di comprensione e soluzione delle difficoltà che possono sorgere in capo ad un affido condiviso". (Com)  

Fonte: Adnkronos

mercoledì 27 aprile 2011

DDL affido condiviso bis: preoccupazioni e risposte

L'AIMMF e le modifiche in Senato all'affidamento condiviso (ddl 957 e 2454)

di Marino Maglietta e Matteo Santini

Firenze, 25 aprile 2011. L’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF) ha recentemente espresso forte preoccupazione in ordine alle proposte contenute nel ddl 957 (Comunicato Stampa del 9 aprile 2011), che torna sul tema dell’affidamento condiviso dei figli di genitori separati, introdotto dalla Legge 54/2006. Ciò facendo l’AIMMF compie opera del tutto apprezzabile, evidenziando la propria viva e permanente attenzione ai temi del diritto di famiglia. Nel merito, l’AIMMF riproduce molto da vicino i rilievi e le riserve già espresse negli ultimi tempi da gruppi di avvocati e segnatamente da UNCM, AIAF, OUA e Osservatorio Nazionale sul diritto di Famiglia. Verso queste associazioni quanti hanno a cuore il benessere dei minori e lavorano da sempre per esso non possono che provare gratitudine per le garbate, accurate e costruttive osservazioni, che verranno nel prosieguo analizzate ordinatamente.

E’, anzitutto, da notare che il ddl 957, risalendo al 2009, ha richiesto qualche sia pur secondario aggiustamento e diversi mesi fa è stato quindi virtualmente sostituito dal ddl 2454 (16 novembre 2010), che, lasciando integralmente inalterato il corpo del progetto, ha dato tuttavia preventiva risposta a un paio tra le preoccupazioni espresse, laddove esisteva qualche possibilità di equivoco, meramente formale. E’ dunque alla versione più recente che verrà qui fatto riferimento, anche se di essa nessuna delle associazioni sopra ricordate sembra avere preso contezza.

Iniziando dal dissenso sulla cosiddetta pariteticità dei genitori (comunque, già per la legge in vigore affidatari entrambi), “Viene così imposta per legge la divisione del tempo dei figli minori in misura eguale presso ogni genitore”, nessuna preoccupazione, perché non di tempi si tratta, ma del diritto del minore “di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi pariteticamente, salvo i casi di impossibilità materiale”. Del resto sul punto è inequivocabile l’introduzione: “… si faccia ben attenzione: si tratta di una pariteticità che non è affermata per i tempi, fiscalmente e rigidamente, (sarebbe del resto assurdo pretendere lo stesso numero di pernottamenti avendo il doppio dei pomeriggi, e viceversa), ma invoca pari responsabilità e paritetica assunzione di concreti doveri.”

Altra rassicurazione può essere fornita sul “doppio riferimento abitativo, per cui il figlio dovrebbe fare il pendolare tra le case dei due genitori ed avere la doppia residenza”. La proposta infatti dice altro, ossia che il giudice assume le decisioni riguardanti la presenza dei figli presso i genitori “stabilendone il domicilio presso entrambi, salvo accordi diversi dei genitori”. Ora, ai sensi dell’art. 43 c.c. i concetti di domicilio e di residenza sono ben distinti (1°, ovvero 2° comma) e poiché il primo è il luogo del principale riferimento degli interessi di una persona, essendo il figlio affidato contemporaneamente ai due genitori appare del tutto corretto e consigliabile che possa sentirsi “ a casa sua” sia presso la madre che presso il padre. Dei supposti “pendolarismi” si è già detto al punto precedente e comunque perfino con l’affidamento esclusivo gli spostamenti dei figli di genitori separati sono inevitabili.

Poco chiara è l’origine della successiva preoccupazione: “Viene altresì imposta per legge una formale e presunta parità economica dei genitori senza alcun riferimento alla diversità delle loro condizioni reddituali e patrimoniali in concreto, avvantaggiando in tal modo ingiustificatamente il genitore economicamente più forte.”, visto che in realtà per il contributo al mantenimento dei figli si prevede che “Salvo accordi diversi delle parti, ciascuno dei genitori provvede in forma diretta e per capitoli di spesa al mantenimento dei figli in misura proporzionale alle proprie risorse economiche”. Forse è si è avuto un improprio allargamento del giudizio negativo a partire dalla prevalente avversione giurisprudenziale per la forma diretta del mantenimento a favore dell’assegno, la quale tuttavia non rappresenta una novità del condiviso bis, essendo già prevista dalla legge in vigore.

Altro motivo di allarme è per l’AIMMF nella presunta “eliminazione, nel 2° comma dell’art. 155 c.c., del riferimento all’interesse morale e materiale dei figli nella decisione del giudice”. Ma così non è, essendo stato questo semplicemente riportato, nel medesimo comma, nella sua giusta posizione, la stessa che occupava incontestatamente nel codice civile prima della riforma del 2006, laddove si afferma che il giudice: “Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”. Ed è logico che ad un principio generale il legislatore rimandi non dove il testo di legge elenca precise prescrizioni – che devono semplicemente essere osservate – ma dove la genericità delle facoltà del giudice impone un ausilio applicativo. Si è solo inteso rimediare a una svista.

Interessante è anche il rilievo dell’AIMMF sulla assegnazione della casa familiare: “Contraria all’interesse del minore risulta la previsione della perdita ope legis del godimento della casa familiare in caso di convivenza more uxorio, in quanto tale revoca andrebbe a nuocere inevitabilmente sul mantenimento dei riferimenti sociali e ambientali dei figli minori nel cui esclusivo interesse viene assegnata la casa familiare al genitore con cui gli stessi convivono.” Tale giudizio rappresenta una conferma del permanere della difficoltà per la magistratura minorile a realizzare con le proprie decisioni la svolta voluta dal legislatore a favore della bigenitorialità, pur esplicitamente espressa. Se il minore già con la legge in vigore ha diritto ad un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, è chiaro che non esiste un “genitore convivente”. Il figlio vive un rapporto simmetrico, intercambiabile nella sua flessibilità, all’insegna di autentiche pari opportunità da utilizzare privilegiando di volta in volta la temporanea collocazione che meglio soddisfi le sue esigenze. In un regime di questo tipo è evidente che, superato il concetto di “collocazione privilegiata”, viene meno anche la giustificazione giuridica per scavalcare il diritto di proprietà. Del resto il concetto è ampiamente illustrato nella relazione introduttiva al ddl. Il legislatore, infatti, non ignora la pronuncia 308 del 2008 della Corte costituzionale, ma ritiene che, una volta riaffermato e rispettato l’equilibrio anche abitativo nel rapporto del figlio con ciascun genitore cadano automaticamente pure le preoccupazioni per la presunta «sottrazione della casa al minore» su cui ruota tutto il ragionamento della pronuncia suddetta. D’altra parte, si tiene dovutamente conto della ben più convincente pronuncia della Corte di cassazione, (sentenza 17 dicembre 2007, n. 26574), secondo la quale la casa familiare non è un insieme di muri, ma il luogo degli affetti familiari per cui, una volta che “la famiglia” si sia smembrata, e per giunta si voglia introdurre in quegli ambienti una persona estranea, vengono irreversibilmente meno quei requisiti di «nido», di habitat consueto dei figli che in via del tutto eccezionale permette di superare le normali regole di godimento dei beni immobili. E’ dunque evidente il permanere del favor dell’AIMMF per il modello dell’affidamento esclusivo, che si continua a ritenere più adatto a realizzare l’interesse del minore e che si cerca di mantenere in vita con la parte sostanziale delle decisioni, pur piegandosi ad utilizzare il nome di “affidamento condiviso”.

Una tendenza che si conferma nel deprecare la “eliminazione del riferimento al tenore di vita anteriore alla separazione”, una espressione chiaramente, ma impropriamente, mutuata dagli obblighi tra coniugi, dove però ha senso, dovendosi disciplinare le risorse future di soggetti che non vivranno più insieme, e oltre tutto relativa a necessità ormai stabilizzate. Un caso ben diverso da quello dei figli, soggetti in età evolutiva e quindi dai bisogni permanentemente variabili, nonché conviventi con i genitori, e quindi logicamente chiamati ad adeguarsi ai mutamenti familiari, sia in meglio che in peggio. Il legislatore, pertanto, ha inteso evitare illogici riferimenti a ciò che si era stati prima: la separazione cambia il contesto economico, e oltre tutto può anche coincidere con svolte positive. Si pensi al comune caso di una moglie casalinga che, per affrontare la nuova situazione, inizi a lavorare, più che superando in tal modo l’impoverimento sempre legato alla separazione in se stessa. Il riferimento al passato in una situazione del genere risulterebbe riduttivo, a tutto danno dei figli.

Quanto al timore per “l’eliminazione della possibilità di disporre indagini per individuare la capacità reddituale dei genitori”, non ha fondamento. Il comma dell’art. 155 che prevede le indagini è il 6°. Le modifiche previste dal ddl in oggetto arrivano fino al 5°. Dunque è pacifico che il 6° resta intatto. Del resto si tratta di uno degli aspetti già presenti nel testo base (pdl 66) per la legge 54/2006, elaborato come i ddl in oggetto dall’Ass. Crescere Insieme, quindi non è pensabile che la stessa fonte oggi ne proponga la soppressione.

Non è facile, inoltre, comprendere quale sia lo spunto per le preoccupazioni espresse in merito alla mediazione familiare: “Suscita poi perplessità l’imposizione obbligatoria della mediazione familiare in tale materia (con la conseguente penalizzazione del genitore che sarà ritenuto colpevole di averne provocato l’insuccesso)”. Il ddl, infatti, prevede solo l’obbligo di informarsi sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione, restando liberi di non effettuarlo. Inutile dire che di quanto venga detto in esso, o nell’incontro informativo, nulla giunge al giudice, al quale le parti si limiteranno a presentare la certificazione dell’avvenuto passaggio. Qualcuno ha detto che anche quest’obbligo è eccessivo perché impedirebbe un libero accesso dei cittadini alla giustizia. Può replicarsi, tuttavia, che qualsiasi tipo di richiesta rivolta alle istituzioni richiede dei pre-adempimenti: dall’obbligo di procurarsi il certificato di residenza e di matrimonio, alla esibizione delle dichiarazioni dei redditi. Nulla più di un consenso (o dissenso) informato prima del più banale intervento chirurgico.

Altro motivo di preoccupazione risulta ciò che viene definito “la legittimazione attiva dei nonni a proporre nel giudizio di separazione la domanda relativa al loro autonomo diritto di visita destinata ad accentuare la conflittualità familiare, con ulteriori ripercussioni negative sull'equilibrio dei minori, il cui interesse a mantenere relazioni con i familiari è già tutelato dalla possibilità per i nonni, ma anche per gli zii ed altri parenti, di proporre domanda al Tribunale per i Minorenni ai sensi dell’art. 336 c.c. ”. Ma, in effetti il testo del ddl 2454 dice che ai parenti: “…, è data facoltà di chiedere al giudice di disciplinare il diritto dei minori al rapporto con essi”. E’ intuibile che non si tratta di allargare le parti del processo di separazione, ma di consentire che essi possano attivare un procedimento a sé stante per rendere effettivo un diritto che stando in capo a un soggetto che non ha la capacità di agire resterebbe lettera morta. Esattamente come deve muoversi un figlio già maggiorenne ma non indipendente economicamente al momento della separazione dei suoi genitori, che non sia soddisfatto della sorte a lui destinata da essi, senza per questo diventare “parte” nella separazione. 

Quanto all’art. 336, afferma la possibilità che in caso di maltrattamenti o ancor più gravi circostanze possano attivarsi anche i parenti, quindi è sembrato consigliabile al legislatore disciplinare anche situazioni di opportunità, senza giungere allo stato di necessità.

Validissimo, infine, il suggerimento di rivedere il riferimento agli istituti di educazione, tanto che nel testo del ddl 2454 (novembre 2010) si legge: “In ogni caso il giudice può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare.”.

In definitiva, appare probabile che ciò che maggiormente abbia sollevato perplessità, ovvero dato fastidio, e abbia contribuito ad una valutazione fortemente negativa della nuova proposta sia stato un aspetto citato solo indirettamente nel comunicato stampa dell’AIMMF, ovvero il mancato sostegno al progetto di istituire un tribunale unico dei minori e della famiglia, sostanzialmente trasformando in tale struttura gli attuali tribunali per i minorenni. Difatti l’art. 12 dei ddl risolve a favore del tribunale ordinario i dubbi sulla competenza relativamente alle famiglie di fatto. Si tratta certamente di una posizione degna di rispetto, così come riteniamo valutabili le motivazioni dei nuovi ddl: “ … si ritiene preferibile che il dibattito si svolga in luoghi più facilmente accessibili agli utenti (il rapporto numerico è 165:29) e ove sono più ampie le garanzie per le parti: una precauzione che appare necessaria, atteso il principio del rispetto dell’interesse del minore che informa tutti i provvedimenti in materia.”. Ma questo è certamente un tema prematuro, che sarà oggetto di futuri più ampi dibattiti.

Accanto a questo genere di considerazioni, che attengono alla specificità del nuovo progetto, non può tuttavia tacersi, di fronte alla forte ondata di critiche giunte dalle associazioni citate all’inizio, che si ha la sensazione che si tratti di qualcosa di diverso e di più profondo, rispetto al dissenso su singoli aspetti. La sensazione è che ci si sia sforzati di trovare criticità e negatività nel disegno di legge 957 (o meglio 2454), e solo quelle, essenzialmente perché è il modello stesso che a molti non piace, che non è mai piaciuto. Volgendosi indietro, non si può non rammentare che se sono occorsi dodici anni per far entrare nel nostro ordinamento l’affidamento a entrambi i genitori (a dispetto di quella lunga serie di convenzioni internazionali così spesso invocate a tutela dell’ “interesse del minore”) è perché quelle medesime associazioni lo hanno fortemente avversato o, nel migliore dei casi, hanno taciuto. 

La simpatia, la propensione, verso il modello monogenitoriale traspare da ogni loro intervento, da ogni loro scritto. Onestà intellettuale vuole che se ne possano anche vedere delle ragioni, siano o meno prevalenti o esaustive. Innegabilmente il sistema fondato sul “genitore affidatario” (o “collocatario” che è la stessa cosa) permette una serie di automatismi e di semplificazioni (attribuzione della casa, w-e alternati, assegno …), fino a quella massima, che è l’uso di prestampati, o di formulari salvati sul computer. 

Non così se ci si deve calare nel caso particolare, studiandone usi e abitudini, in modo da confezionare per esso abiti su misura, precisando compiti di cura e capitoli di spesa. In effetti per queste necessità la mediazione familiare si rivelerebbe preziosissima, ma qui subentra un altro tipo di difficoltà, soprattutto in altri ambiti: il mediatore di problemi potrebbe risolverne troppi, potrebbe invadere troppo spazio. O, almeno, si è portati a temere che ciò possa avvenire. Sarà un caso che la mediazione familiare incontri tante resistenze?

[Fonte Altalex]

lunedì 18 aprile 2011

Correva l'anno 2010.
Roberta Lerici e il flop del 22 Aprile

La storia recente dell'affidamento condiviso (ci son voluti 14 anni di lavori parlamentari per approvarlo, e altri 4 per non applicarlo) ci insegna che i nemici della Riforma sono tanti, organizzati in lobby tanto potenti, in quanto a presenza parlamentare, quanto "felpate" nello stile.

Negli ultimi mesi, però, è emerso un altro gruppo avverso alla Bigenitorialità, il quale opera con diverso stile - aggressivo e ai limiti della denuncia - per compensare la mancanza dell'anelato potere.

Per approfondirne gli aspetti, cominciamo con un fatto di cronaca che riporto fedelmente, in quanto spettatore diretto dell'avvenimento.

Il 22 Aprile, a Roma, andava in onda una manifestazione, che si annunciava roboante, organizzata dalle donne dell’Italia dei Valori di fronte il tribunale dei minori dell’Urbe. Questa la cronaca impietosa.
Riunione annunciata per le ore 10,30 in largo Perosi, per raggiungere successivamente via dei Bresciani, sede del Tribunale.

Alle 10,00 già c’erano alcune persone, attorno ad un furgone per il trasporto di generi alimentari.


Alle 10,30 si contavano all’incirca 30 manifestanti, compresi diversi bambini, con magliette del Comitato

Vittime Giustizia Minorile e palloncini bianchi. Quindi si sono unite al gruppo una decina di ragazze in tuta ginnica, appartenenti ad una società sportiva di Aprilia.

In tutto i manifestanti erano circa 50 (anche se probabilmente si dirà che erano 300, e la questura ne ammetterà 25...), provenienti da Latina e dintorni; in maggioranza donne, ragazze e bambini, con una sparuta partecipazione maschile.

Non c’era traccia del fiume di partecipanti da Roma, chiamati a raccolta con il tam tam in rete, blog, gruppi Facebook ed altro.

In via dei Bresciani Roberta Lerici ha chiesto al servizio d’ordine di allontanare Vincenzo Spavone (Presidente della GESEF) in quanto personaggio a lei non gradito, per usare un eufemismo.

Al pacifico Spavone, ovviamente, è stato consentito da Polizia e Carabinieri di rimanere, visto che non creava alcun ostacolo alla manifestazione.

Non c’erano gli estremi per allontanare nessuno con la forza, ma basta la sola pretesa - pur se  palesemente illegittima - a fare luce sui principi democratici che animano la promotrice dell’iniziativa.

Una troupe del tg5 ha effettuato alcuni minuti di riprese, intervistando anche il Senatore Stefano Pedica, l’unico esponente IDV che ha sposato l’iniziativa rispondendo alle sollecitazioni dell’organizzatrice.
In sostanza: annunciate folle oceaniche, presenti poche decine di persone con figli al seguito per fare numero.

Al di la di questa breve cronaca, non credo sia interessante analizzare il flop dell’iniziativa (d’altronde i numeri parlano chiaro: chi sperava di mobilitare le masse, all’ultima tornata elettorale nel Lazio ha racimolato in tutto 156 preferenze - non proprio uno tsunami di voti, come le augurava una fan sul blog RL da Rignano Flaminio). Potrebbe invece essere interessante analizzare l’acredine aggressiva e violenta che ha dimostrato Roberta Lerici negli ultimi mesi.

I suoi blog sono farciti di odio antimaschile, mascherato da battaglie a favore delle donne. Non accetta contraddittorio, se sei un discepolo asservito ai complimenti scodinzolanti ti accetta, altrimenti censura tutto.

Non le critiche aggressive, che sarebbe anche legittimo filtrare, ma viene cassata qualunque osservazione non allineata, anche se civile, pacata, documentata.

E’ una vera e propria crociata, quella intrapresa da Roberta Lerici contro l’affido condiviso.

Da qualche tempo, infatti, la Nostra ha dissotterrato l’ascia di guerra contro gli uomini in generale ed i padri in particolare, spingendosi fino ad affermare che il padre che chiede di stare con i propri figli potrebbe essere un pedofilo.

Negli ultimi giorni, poi, è letteralmente terrorizzata dal DDL 957, la cui calendarizzazione farebbe presagire un futuro “...scenario in cui l'affido condiviso sia concesso per obbligo e sempre, a prescindere dai conflitti e dalle violenze che un uomo può commettere nei confronti della ex moglie o un genitore può commettere nei confronti dei figli....”.

“I figli sono proprietà esclusiva delle madri, se un padre chiede di occuparsene deve avere un disturbo comportamentale” è un grossolano riassunto del lerici-pensiero.

Per arrivare a tanto, usa ed abusa della teoria secondo la quale ogni soggetto di genere maschile sarebbe cronicamente incline allo stupro, alla violenza, alle percosse, alla sottomissione della donna in generale e della propria compagna in particolare.

Dimenticavo: per lei ogni padre separato potrebbe abusare dei propri figli, e sembra che sposi la teoria secondo la quale la nuova versione del condiviso "agevola e legittima la pedofilia e il femminicidio"  (proprietà intellettuale di femminismoasud).

Non sa, la nostra Lerici, che per esplicita ammissione di un esercito di avvocati, magistrati e consulenti dei tribunali, (curiosamente solo donne, tra l’altro) la stragrande maggioranza delle denunce presentate dalle madri si rivelano false accuse, costruite al solo scopo di eliminare l’ex dalla vita dei figli. Non sa, Roberta Lerici, o non vuole sapere?

Quale che sia la verità, esistono due sole ipotesi: o è in malafede e mente sapendo di mentire, oppure non conosce affatto la materia che pretende di trattare da esperta.

Delle due, l’una. Non esiste una terza ipotesi.

A volte prima di partire lancia in resta può essere utile documentarsi, studiare, approfondire… si evitano pessime figure e anche qualche querela.

Negli scritti pubblicati sui diversi blog (bambini coraggiosi, femminismo a sud ed altri) Roberta Lerici parla di affido condiviso come una barbarie per donne e bambini, nonché di legge che tutela i pedofili e gli assassini.

Lancia una allarme inesistente, stravolgendo il senso di una normativa che conosce a livello approssimativo.

Non è una giusperita, emerge in maniera imbarazzante da ciò che scrive, ma pretende di pontificare da esperta di Diritto paventando scenari disastrosi.

Sangue, orrore e morte, stupri, percosse, abusi sessuali sull’infanzia come se piovesse; terrorismo psicologico, non certo informazione documentata e competente.

Sarebbe troppo lungo, dispersivo e soprattutto noioso contestare una ad una le affermazioni farneticanti della

Lerici. Basti dire che ha preso di mira anche la PAS (Parental Alienation Sindrome, il disturbo comportamentale descritto da Richard Gardner) sostenendo che i bambini indotti a non frequentare i padri saranno costretti a vederli ugualmente (consegnati al carnefice, testuale) o rinchiusi in istituto, poichè ai padri basta dire “c’è la PAS” ed automaticamente viene incolpata la madre di condizionamento.

E i consulenti d’ufficio e di parte, cosa esistono a fare ?

E’ talmente avvezza, la nostra Roberta, al fatto che una denuncia costituisca automaticamente certezza del reato, che pretenderebbe di mantenere il diritto di denunciare come esclusiva prerogativa femminile. Mal sopporta gli accertamenti e le lungaggini del diritto: se una donna ha denunciato ci sarà una ragione, che motivo avrebbe di mentire ?

Il motivo c’è, eccome ! Lo ha descritto, coralmente, un esercito di donne intellettualmente oneste: La falsa denuncia è il modo più semplice per liberarsi del compagno, marito o convivente che sia

Per assecondarla propongo: aboliamo la magistratura e stabiliamo questa prassi:
 
- Basta una denuncia per stabilire le misure da adottare nella separazione
- Se denuncia un padre, si archivia: sono stupratori, assassini, violenti
- Se denuncia una madre, si condanna: c’è la certezza del reato, senza fase istruttoria .
 
In pratica, il paradiso delle donne intellettualmente disoneste. Per fortuna quelle oneste sono la maggioranza. Sarà per questo motivo che Roberta Lerici, per fortuna di tutti noi, non ha un gran seguito ?
 
[Fonte adiantum]

domenica 17 aprile 2011

La prima vera pagina facebook contro la violenza sulle donne non femminista.

Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra condotta è la tolleranza reciproca.





Essere contro la violenza sulle donne non significa seguire l'ideologia femminista. Tutt'altro. 
Ghandi era per caso a favore della violenza sulle donne? 
Ghandi era per caso femminista?

Vittima di malagiustizia il probabile autore dei manifesti a Milano. Lo spiegano i quotidiani la repubblica e il giornale

Ex sindaco si dice l'autore dei cartelloni
"Ma resto candidato con il Pdl a Milano"

Il racconto al "Giornale". E' stato in carcere per 42 giorni. Poi è stato assolto. Ora è il presidente dell'associazione "Dalla parte della democrazia", "nata per dare manforte a Berlusconi" nella lotta per la riforma della giustizia. Ora ammette: "È stata una provocazione esagerata"

 

MILANO - Sarebbe Roberto Lassini l'autore dei manifesti 1 comparsi a Milano con la scritta "Via le Br dalle procure". Lo rivela lui stesso, ex sindaco Dc, coinvolto nel 1993 in un'inchiesta che lo portò in carcere per 42 giorni e lo costrinse a una battaglia legale di cinque anni prima di essere assolto con formula piena, in un'intervista al Giornale. Dopo il clamore provocato da dalla vicenda dei manifesti, Lassini ammette di aver esagerato, ma garantisce che il suo gesto non voleva essere offensivo verso i magistrati e le istituzioni. E smentisce di aver autosospeso la sua candidatura con il Pdl alle prossime Comunali di Milano.

Per la storia del 1993, Lassini dice di aver perso tutto e, proprio per la sua vicenda personale, ripete che la giustizia va riformata, come fa Berlusconi. E proprio "per dare manforte a Berlusconi - si legge nell'intervista del Giornale - è stata creata due mesi fa l'associazione" 'Dalla parte della democrazia'.

E sul clamore causato dai manifesti 2dice: "È stata una provocazione. Esagerata - ammette - ma tale. Sono certo che l'obiettivo non fosse mancare di rispetto alle vittime del terrorismo". Ma lui, che si sente vittima dei magistrati, che ha dovuto rinunciare alla sua carriera politica, che ha
ottenuto un risarcimento di 5mila euro, insufficienti "anche a coprire le spese legali",  si fa 'paladino' di una giustizia che dice "va assolutamente riformata".

[Fonte http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/17/news/una_provocazione_senza_offesa-15045848/?ref=HREC1-8]

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Manifesti anti-pm, Lassini: "Li ho messi io" Il sindaco Moratti: "Autosospeso dalla lista"

L’autore dei cartelloni anti-toghe affissi a Milano è Roberto Lassini, ex sindaco Dc travolto da un’inchiesta e poi assolto: "Una provocazione, nessuna offesa". Era candidato alle comunali con il Pdl, la Moratti: "Si è già autosospeso". La verità sui manifesti: "Li ho messi io"

 

Milano - Roberto Lassini, l’autore del manifesti con su scritto "Fuori le Br dalle procure", si è autosospeso dalla lista del Pdl alle prossime elezioni comunali di Milano. Lo ha annunciato lo stesso sindaco di Milano Letizia Moratti al termine della convention elettorale al Teatro Nuovo. "Ho già stigmatizzato questo comportamento - ha detto il sindaco - le istituzioni vanno tutte rispettate, so che si è autosospeso".

[Fonte http://www.ilgiornale.it/interni/manifesti_anti-toghe_sono_stato_io_metterli_moratti_si_e_autosospeso_lista_pdl/17-04-2011/articolo-id=517948-page=0-comments=1]

sabato 16 aprile 2011

Il DDL 957 e la chimera dell´affidamento condiviso. Legge 54 snaturata - Avv. Matteo Santini

Sulle critiche manifestate dall’OUA, con riferimento al Disegno Di Legge 957 sulle modifiche al codice civile e di procedura civile in materia di affidamento condiviso, rilevo quanto segue. 

Avv. Matteo Santini
E’ innegabile che la ratio della legge 54/2006, sia stata disattesa nella prassi giudiziaria. Trascorsi cinque anni dall’entrata in vigore, il principio della bigenitorialità, diretto a garantire ai figli una presenza costante e duratura di entrambi i genitori e a responsabilizzare questi ultimi, affinchè il loro ruolo educativo si manifestasse in modo concreto, è rimasto lettera morta. La nascita di figure di ispirazione giurisprudenziale, (vedi il termine “genitore collocatario”), ha snaturato, di fatto, l’essenza della norma.

Il ruolo delle Corti, dovrebbe essere quello di applicare o al massimo di interpretare la norma. Cosa è cambiato, a parte il nome iuris dell’istituto, dal 2006 ad oggi, in materia di affidamento dei figli ?

Oserei dire poco o nulla. Nessuna traccia di quella che avrebbe potuto essere una riforma storica. Quando parliamo di affidamento condiviso, non possiamo non fare riferimento, al fatto che esso getta le basi per il radicamento di altro principio di assoluto rilevo, affinchè i genitori, possano, nell’interesse dei figli, gestire al meglio la loro “crisi”: mi riferisco al principio della cooperazione; la “condivisione” di un figlio, comporta che, per la corretta cura dello stesso, vi debba essere una stretta cooperazione tra i genitori; cooperazione che non può prescindere da un dialogo maturo e da un rapporto che, seppur non più di natura affettiva, dovrà essere contraddistinto da canoni di rispetto e di concreta collaborazione.

Con il Disegno di legge 957 si intende interpretare e chiarire cosa significa “bigenitorialità” e come tale principio possa trovare concreta applicazione. Sempre e solo il minore deve essere il punto di partenza e di riferimento e giammai il dibattito può essere incentrato sulla quantificazione del contributo economico; il singolo genitore deve essere responsabilizzato affinchè provveda ai bisogni del figlio, esercitando il proprio ruolo, non solo mediante una dazione in denaro ma, occupandosi giorno per giorno delle singole voci di spesa; rendendosi partecipe e protagonista attivo delle spese da sostenere nell’interesse del minore. Il risparmiatore che ignora il destino dei propri risparmi, sarà disincentivato al risparmio !

Parlare di “tenore di vita” di un figlio è assai fuorviante: meglio sarebbe, fare riferimento alle sue esigenze e ai suoi bisogni, pur ovviamente ammettendo che, per far fronte a tali necessità, possa essere richiesto un maggior sacrificio economico a carico del genitore più facoltoso (e ciò sia durante il periodo in cui il minore risiede con lui, sia sotto forma di corresponsione di un importo a favore del genitore meno facoltoso, finalizzato all’acquisto diretto dei beni / servizi necessari).

Troppo spesso, l’importo posto a beneficio dei figli, è divenuto una rendita a favore del coniuge con il quale i figli vivono o nella migliore delle ipotesi una somma delle quale il genitore obbligato, non conosce il reale impiego (posto che di fatto non esiste alcuna possibilità di verifica effettiva su come tali somme vengano impiegate).

Sempre con riferimento dal DDL 957/2008 la ratio che sottende all’opportunità di revocare l’assegnazione della casa coniugale, in caso di matrimonio o di convivenza more uxorio del genitore assegnatario nella casa familiare, risiede nello stesso principio, in base al quale il legislatore, individuò come criterio guida, quello di assegnare la casa al genitore con il quale vivono i figli; e cioè, l’interesse del minore alla conservazione del proprio ambiente familiare (da intendersi non solo come luogo fisicamente individuato ma anche come una serie di spazi, oggetti, situazioni, la cui compromissione sarebbe evidente ove un estraneo, si sostituisse integralmente al proprio genitore, come una presenza ingombrante ed imposta “dall’alto” , rivolta a destabilizzare e minare quella continuità di habitat cui la legge aspira (tipico l’esempio delle foto del nuovo “partner” che sostituiscono, nella casa familiare, quelle del genitore “allontanato”). Il tutto tralasciando, l’aspetto emotivo del genitore allontanato il quale, si vede spesso privato della possibilità di vivere la propria quotidianità con i figli, della possibilità di abitare la propria casa, costruita ed arredata con immaginabili sacrifici; per di più consegnando tutto il “pacchetto” (casa, partner, arredi e, a volte, figli) ad un estraneo !
 
Avv. Matteo Santini
(PRESIDENTE CENTRO STUDI E RICERCHE SUL DIRITTO DELLA FAMIGLIA E DEI MINORI)

 

Fonte: finanzaediritto.it

Mediaconciliazione, siamo allo scontro generazionale. OUA teme i giovani avvocati

Mediazione civile: I vertici dell'O.U.A. temono i giovani avvocati e i praticanti. Sembrerebbe questa la vera paura che attanaglia il Presidente dell'Organismo Unitario dell'Avvocatura. 

ADR - Alternative Dispute Resolution
L'avvocato, nelle ultime settimane (anche in TV), ha lamentato il fatto che a svolgere la mediazione civile non saranno "i grandi avvocati o gli avvocati preparati, ma i praticanti o i giovani che non trovano lavoro", sottolineando subito dopo, preoccupato, che "ce ne saranno tantissimi". Queste parole, oltre a dire che tutti gli avvocati che faranno i mediatori civili sono professionisti tutt'altro che grandi e tutt'altro che preparati, hanno fatto sorgere dei seri dubbi su quelle che sono le sue reali intenzioni.

Il Presidente dell'Oua ha a cuore, come ha sempre sostenuto, le sorti della giustizia civile italiana e il bene dei cittadini o, piuttosto, teme che gli avvocati "in erba" riescano sul serio a risolvere le controversie private ? 
 
La differenza non è da poco: in quest'ultimo caso, infatti, agli avvocati più maturi verrebbero sottratte tutte quelle cause sulle quali essi hanno - dati alla mano - il monopolio assoluto.

Quali siano le sue vere intenzioni non è dato saperlo con certezza, anche se i punti di riferimento non mancano. Vero è, per esempio, che l'Organismo Unitario dell'Avvocatura, ostile da sempre alla riforma, da un lato sostiene che la mediazione civile rappresenterebbe per il cittadino un costo aggiuntivo, dall'altro pretende che sia obbligatorio, per lo stesso cittadino, affrontare un altro e ulteriore costo per farsi accompagnare da un avvocato davanti al mediatore civile.

Sempre vero è, inoltre, che i rappresentanti degli avvocati pretendono di parlare a nome di tutti i colleghi, ma la maggior parte dei giovani avvocati si dichiara invece molto interessata alla mediazione civile (e come non potrebbe farlo, visto il sovraffollamento della categoria e i pochi spazi liberi lasciati dagli avvocati più maturi).
Infine, è altrettanto vero che le agitazioni e gli scioperi degli avvocati di questi ultimi mesi quasi mai sono stati voluti dai numerosissimi giovani avvocati italiani, ma sono sempre stati imposti dai vertici della categoria professionale e dai "baroni" del foro.

In conclusione, è dunque molto difficile pensare che i vertici dell'Oua e gli avvocati più maturi abbiano a cuore le sorti della giustizia italiana. Dopo aver gridato allo scandalo sostenendo che la mediazione civile rappresenterebbe una "privatizzazione della giustizia", ora si scopre invece che ciò che più temono è perdere qualcosa che già consideravano di loro esclusiva proprietà. Forse è arrivato il momento che i praticanti e i giovani avvocati italiani inizino a pensare con la loro testa.

Il ricorso dell ’O.U.A. al T.A.R. Lazio, poi, non ha precedenti nella storia giuridica del nostro Paese - afferma Pecoraro, presidente dell'Organismo Internazionale della Conciliazione & Arbitrato dell'A.N.P.A.R. in attesa di iscrizione quale componente facente parte della piattaforma Europea di Bruxelles come associazione regolamentata rappresentativa degli interessi legittimi della categoria dei mediatori professionali - hanno presentato un ricorso contro l'applicazione del D.M. 180/2010, che suscita perplessità sotto il profilo costituzionale. 

I vertici dell'O.U.A avrebbero dovuto sapere che un semplice decreto amministrativo non può privare d’efficacia una Legge (n.28 del 2010). I pochissimi dell’O.U.A., che fino ad oggi hanno offeso e mortificato, per carenza di professionalità e preparazione, professionisti di tutte le categorie, non sanno che solo la Corte costituzionale può, con decisione di annullamento, privare di efficacia una legge regolarmente promulgata e pubblicata.

Per questo, Pecoraro, chiede al Ministro Alfano di sciogliere questo “carrozzone del potere” che pare stia assumendo sempre di più atteggiamenti sovversivi in materia di mediazione civile, non solo nei confronti dell’Italia ma ma anche dell’Unione Europea. Frattanto - annuncia Pecoraro- , su facebook ANPAR e stato lanciato un "post" per l'adesione degli avvocati e dei mediatori professionali, ad una class action contro l'O.U.A., per le tantissime bugie raccontate in questi ultimi tempi in tema di mediazione e conciliazione civile.

Fonte: informamolise.com - anpar.it - adiantum.it

OUA e ANM a braccetto contro la Mediaconciliazione e la Responsabilita civile

 Difesa ad oltranza, ed alleanze diaboliche.

''Faremo una class action contro il ministro Alfano, e il Guardasigilli dovra' essere condannato a restituire ai cittadini quanto ingiustamente hanno dovuto versare per effetto delle norme sulla mediaconciliazione: altro che responsabilita' civile dei magistrati !''. 

Questo è quanto ha dichiarato Maurizio De Tilla, presidente dell'organismo unitario dell'avvocatura ed ex presidente della disastrata Cassa di previdenza degli avvocati, durante il suo intervento alla manifestazione, svoltasi al cinema Adriano, contro le norme che hanno reso obbligatoria la mediaconciliazione.

Chiaro il messaggio all'ANM: dateci appoggio alla Corte Costituzionale sulla Mediaconciliazione, e noi vi togliamo dal fuoco la castagna della Responsabilità Civile diretta - magari con l'aiutino di qualche parlamentare appartenente all'avvocatura -.  

Ed infatti De Tilla, parlando a una folta platea di avvocati, ha esortato i giudici ad allearsi con l'avvocatura per ''inondare la Corte costituzionale di ordinanze di rimessione su questa legge illegale contro la quale ci batteremo finche' non sara' o dichiarata incostituzionale, o ritirata o sospesa''.

Poi, invitato al convegno dell'Anm sulla media conciliazione, il presidente OUA ha preannunciato che chiedera' ''l'appoggio dell'Associazione Nazionale Magistrati a questa battaglia giudiziaria che dicono di condividere''.

Per sancire questa tradizionale accoppiata, alla manifestazione dell'Adriano ha preso la parola anche il presidente dell'Anm, Luca Palamara, criticando alcuni aspetti di questa riforma ed auspicando riforme concordate in grado di deflazionare il contenzioso con i riti alternativi. De Tilla ha poi chiesto ''la chiusura di tutte le Camere di conciliazione che fanno riferimento a societa' di capitali". Arriva tardi, perchè ben 400 di esse hanno la forma di societa' di capitali affidati ad avvocati'.

Erano presenti anche alcuni parlamentari di maggioranza e opposizione: Domenico Benedetti Valentini del Pdl, Pier Luigi Mantini dell'Udc, Cinzia Capano, Luigi Lusi e Silvia Della Monica del Pd. Pare sia giunto anche un messaggio di solidarieta' del presidente dell'Udc, Pier Ferdinando Casini.

De Tilla ha affermato che 'La giustizia non puo' essere ostaggio di interessi privati e non puo' essere rottamata, la media conciliazione obbligatoria e' incostituzionale. Tra le molte proposte avanzate da questa grande manifestazione di avvocati, ne citero' solo alcune: chiediamo una sospensione immediata del provvedimento, la chiusura degli organismi privati, avvieremo una class action a tutela dei cittadini che non intendono partecipare al processo di mediazione e ne subiscono le relative conseguenze.

Con queste frasi De Tilla potrà anche incantare una platea di avvocati, ma sulla Società Civile pesca male. La gente non è con lui, e grazie a queste uscite gli avvocati che lui dovrebbe rappresentare e tutelare vengono invece percepiti, sempre di più, come un "costo necessario", oppure come "professionisti pigliatutto".

Gli avvocati che apprezzano la Mediaconciliazione sono la maggioranza, e la rappresentazione muscolare del cinema Adriano è solo la messinscena di chi vuole difendere strenuamente le proprie posizioni di monopolistico privilegio. 

Difesa ad oltranza, ed alleanze diaboliche. 

ANM ringrazia, l'Italia no.

Fonte: adiantum.it

venerdì 15 aprile 2011

Condiviso, la Storia si ripete: associazioni di genitori a favore di un vero affido condiviso. Associazioni di giuristi contrari.

Associazioni di genitori a favore di un vero affido condiviso. Associazioni di giuristi contrari. Se lasciassimo ai meccanici progettare le auto, il numero di riparazioni dal meccanico aumenterebbe o diminuirebbe?

Ho incontrato un signore che, al bar, mi ha dispensato una perla di saggezza popolare. “Io, da automobilista, non vorrei che la progettazione della mia vettura fosse condizionata dal parere del meccanico che interviene quando qualcosa non funziona. È quantomeno sospetto che pretenda di influire nella progettazione chi legittima la propria esistenza e vive, anche economicamente, del malfunzionamento. Guardi che da separato è la stessa cosa...”.

Cosa avrà voluto dire ?
 
"LA STORIA SI RIPETE"
Nulla di nuovo sotto il sole: già la riforma dell’affido condiviso (pdl 66 ed abbinate, poi sfociate nella legge 54/2006) ha avuto un fronte del si, i sostenitori, ed un fronte del no, gli oppositori.
Non è un caso che fra i promotori figurasse la società civile per una riforma di iniziativa popolare, fortemente voluta dalla base e non certo imposta dall’alto.

Le separazioni hanno causato un disagio sociale profondo e diffuso; la riforma ha fondato le proprie radici sulla necessità inderogabile di cambiare rotta, basata su di una casistica fallimentare.
Fra i detrattori, di contro, hanno sempre primeggiato i professionisti del divorzificio, alcune associazioni di avvocati - AIAF, ma non solo - e di magistrati - AIMMF, ma non solo - che di sono battute col coltello fra i denti per tentare di non far approvare la riforma.

Nonostante le strenue opposizioni la riforma è passata, seppure mutilata dagli emendamenti, quindi si è verificato un fenomeno curioso: coloro che l’hanno osteggiata risultano essere oggi gli stessi che “non capiscono” ed applicano un affido condiviso svuotato di contenuti, con frequentazioni e misure patrimoniali identiche al quadro normativo precedente al 2006.

La Cassazione si è pronunciata ben tre volte per ribadire che le sacche di resistenza sono in errore: non è possibile applicare all’affido condiviso criteri di deroga inesistenti nella norma (16593/2008, 26587/2009, 24841/2010), a riprova del fatto che la discrezionalità di alcune frange della Magistratura ha varcato margini leciti per sconfinare nel libero arbitrio ed in una disapplicazione palese, per così dire “causa dissenso”.
Ora, in prossimità di una novella della norma ancora una volta di iniziativa popolare, riprendono le sollevazioni anti-condiviso delle associazioni di magistrati ed avvocati.

Alcune semplici domande:

Una legge, qualsiasi legge, deve essere strutturata secondo i bisogni di chi ne deve usufruire, o di chi la deve applicare ?

Un aspetto critico va affrontato e risolto ascoltando i pareri di chi ne subisce le ripercussioni, o di chi lo gestisce ?

Le norme antifumo sono state varate accogliendo le istanze di oncologi, cardiologi e vittime del fumo passivo, o delle associazioni di tabaccai ?

Al di la del facile populismo, proviamo a chiedere ai detrattori dell’affido condiviso quali misure sarebbero ottimali, secondo loro, per risolvere il disagio sociale generato dalle separazioni e dalla contesa dei figli.
E’ facile stroncare e basta, servirebbe anche una fase propositiva. Proprio quella che ai detrattori manca.

Proviamo a capire perché.

La “forte preoccupazione” espressa dall’AIMMF si maschera da lodevole, almeno sulla carta, tutela degli interessi del minore. Le questioni sollevate come incompatibili con l’interesse dei minori - tutte, indistintamente - sono state oggetto di accurati approfondimenti nel corso di 12 lunghi anni, da parte di diverse Commissioni Giustizia di Camera e Senato, che hanno convocato in audizione il fior fiore degli esperti in discipline che a vario titolo hanno un ruolo nella valutazione delle ripercussioni sull’infanzia.

Diversi saperi e diverse competenze, quindi, hanno dato un concreto contributo dal quale è emerso, dopo anni di attente valutazioni e profondo dibattito politico, che la bigenitorialità non solo è consigliabile, ma diviene indispensabile per un sano percorso di crescita della prole.

L’equilibrio fra le parti è il prerequisito per la mediazione, da posizioni asimmetriche non può nascere che il conflitto.

Poi si parla di perfezionare la norma, ed ecco che gli antichi detrattori si precipitano a mettere in discussione quanto ampiamente dibattuto a partire dal 1994. Anche l’AIMMF, come altri in precedenza, si avventura in una serie di elucubrazioni psicologiche distanti anni-luce dalla formazione accademica del giusperito.

In merito alla psicologia dell’età evolutiva viene fatto sfoggio di incrollabili certezze, con la stessa competenza che Fabrizio Corona potrebbe esibire spiegando la fusione delle centrali giapponesi.

Chi si occupa di liti giudiziarie sarebbe meglio continuasse a farlo, senza sconfinare in campi altrui.
Ma, a fronte di un dissenso pressoché totale, quali alternative è in grado di proporre l’AIMMF?

Tre i punti che appaiono ispirati da una ”visione adultocentrica ed economicistica delle relazioni familiari”: la ”suddivisione” dei tempi di vita del figlio in maniera ”tendenzialmente paritetica” tra i due genitori; il doppio riferimento abitativo, per cui ”il figlio dovrebbe fare il pendolare tra le case dei due genitori e avere una doppia residenza”; la cura del figlio attraverso la ”predeterminazione meticolosa di capitoli di spesa rigidamente ripartiti tra i due genitori”.

  • Meglio quindi che i figli non vengano curati, nemmeno tendenzialmente, da entrambi i genitori
  • Meglio un genitore-guida ed un genitore-fantoccio
  • Meglio una sola residenza, con annessa assegnazione del bene immobile
  • Meglio un genitore che versa e l’altro che incassa, alimentando insoddisfazioni ed attriti
  • Meglio, in sostanza, che continui ad esserci un genitore che prevale e l’altro che soccombe


Un vincitore ed uno sconfitto sotto tutti gli aspetti, sia patrimoniali che relazionali

Può essere - forse - conveniente per chi annienta il “nemico”; può essere - forse - gratificante per l’avvocato che accompagna il cliente sotto l’arco di trionfo.

Ma dov’è, di grazia, l’interesse del minore ?

Forse un particolare sfugge: se il futuro dovesse riservare separazioni senza equilibrio tra genitori nei tempi e nei compiti di cura, senza mantenimento diretto, senza mediazione, senza doppia residenza … non accadrebbe altro che un ripristino, nei fatti, dell’affido esclusivo.
Una vera e propria restaurazione di ciò che il Legislatore ed il Parlamento hanno impiegato 12 anni ad eliminare.

È questo l’obiettivo dell’AIMMF ?

[Fonte: adiantum.it]

domenica 10 aprile 2011

Caso Liam McCarty, le maglie larghe della malagiustizia impediscono il suo ritorno negli USA

Braccio di ferro Italia-Usa per il bambino conteso. Il padre americano: la madre l'ha portato via nel 2007 e il tutore non decide


Il braccio di ferro sulla custodia di un bambino di 9 anni aumenta il contenzioso giuridico fra Italia e Stati Uniti già segnato dalle tensioni sul processo di Amanda Knox a Perugia e dalla sentenza milanese contro gli agenti Cia per il rapimento dell’imam Abu Omar. 

Michael e Liam McCarty
Il bambino in questione si chiama Liam Gabriele, è nato in Italia, ha la doppia cittadinanza e nel marzo 2007 la madre Manuela Antonelli lo portò da New York a Roma senza l’autorizzazione del padre Michael McCarty innescando così una battaglia legale che si sarebbe dovuta concludere a marzo quando il tutore legale Marco Grazioli, nominato dal Tribunale dei Minori di Roma, avrebbe dovuto esprimersi sulla custodia. Poiché la patria potestà della madre è stata sospesa e il bambino vive con lo zio materno, il padre era convinto che Grazioli gli avrebbe assegnato la custodia legale, accogliendo la richiesta di farla iniziare in giugno dopo la fine dell’anno scolastico corrente.

«Ma il tutore ha fatto passare la prevista scadenza di marzo senza esprimere un’opinione e di conseguenza il giudice del Tribunale dei Minori ancora non ha deciso» spiega Michael McCarty, che vive a New York dove fa il fotografo, confessando di trovarsi di fronte «ad un intrigo di tipo kafkiano perché chi deve decidere non lo fa mentre tutti gli altri aspettano che sia lui a parlare». E aggiunge: «Negli Stati Uniti una situazione del genere sarebbe impensabile, quando ci sono delle scadenze fissate nell’ambito di un procedimento queste vengono rispettate».
È tale riferimento alle «consuetudini differenti» dei due ordinamenti che richiama le polemiche su Amanda Knox. Al Dipartimento di Stato il dossier su Liam è di competenza di Susan Jacobs, consigliere di Hillary Clinton per i Diritti del Bambino, secondo la quale è arrivato il momento che le competenti autorità italiane assegnino il figlio al padre newyorkese visto che la madre è soggetta a provvedimenti restrittivi: «Speriamo che i tribunali italiani decidano in fretta sulla custodia e siamo ottimisti sul fatto che Liam tornerà con il padre» afferma a «La Stampa».

Se la pressione di Washington è in aumento lo si deve al fatto che lo scorso autunno Michael McCarty - durante uno dei suoi 25 soggiorni romani dell’ultimo anno - ha incontrato Marco Grazioli il quale gli ha espresso la personale convinzione che «la soluzione migliore per Liam Gabriele sarebbe vivere a New York con il padre» in ragione anche degli impegni presi da quest’ultimo sulla possibilità di continuare a fargli vedere la madre.

«Ma se in autunno il tutore mi disse queste cose quando poi in marzo c’era la scadenza entro cui esprimersi lui ha taciuto» afferma McCarty, secondo il quale dietro le esitazioni di Grazioli vi sarebbero due motivi. Primo: il timore che Liam avrebbe rivelato a un terapista non poter più vedere la madre.

Secondo: la preoccupazione di Grazioli per le ripercussioni negative sui media italiani di una decisione a favore del padre. «Ma io ho assicurato che Liam potrà vedere la madre e dunque se Grazioli non decide perché teme di essere criticato dai media italiani siamo su un terreno estraneo a quello della legge» osserva McCarty. Da qui il rischio che il caso attraversi una «fase di impasse nella quale nessuno decide niente aspettando che qualcun altro faccia qualcosa» mettendo il padre nella condizione di dover continuamente volare a Roma per vedere Liam.

Ad aumentare le tensioni vi sono i contorni di una vicenda che ha visto la Antonelli accusare l’ex marito di violenza sul bambino: un’imputazione dalla quale McCarty è stato assolto tanto in Italia che negli Stati Uniti. Ora invece è la Antonelli ad essere al centro di un processo per sottrazione di minore, dopo essere stata fermata dalle forze dell’ordine italiane in base ad una richiesta di estrazione giunta dagli Stati Uniti per il sequestro del bambino risalente al 2007.

[Fonte lastampa.it]

mercoledì 6 aprile 2011

La certezza del diritto non può prescindere dalla certezza del processo e dalla prevedibilità dei provvedimenti giurisdizionali.
Venerdì convegno AMI a Bologna.

E’ probabile che si sta facendo una grande confusione tra il sacro principio dell’indipendenza della magistratura e la disinvoltura di alcuni magistrati nell’applicare al processo i propri convincimenti ed orientamenti personali spesso in collisione con principi consolidati o con le norme del Codice.



“Il convegno nazionale AMI di Bologna intende coniugare alla pur importante formazione il necessario confronto tra l’avvocatura e la magistratura sul corto circuito che si è creato in Italia a causa della disomogeneità delle prassi giudiziarie in materia familiare” dice l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente nazionale Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani. “Più volte – continua - l’AMI ha denunciato questa grave anomalia al fine di sensibilizzare giudici, avvocati ed istituzioni alla individuazione di un’unica prassi valida per tutti i Tribunali italiani. La certezza del diritto non può prescindere dalla certezza del processo e dalla prevedibilità dei provvedimenti giurisdizionali. L’esempio più alto è Milano, laddove si applica da anni il rito ambrosiano, completamente diverso da tutti gli altri adottati nel resto d’Italia. Milano non è però l’eccezione: ognuno dei nostri 166 Tribunali adotta prassi ed orientamenti locali e peculiari in ordine all’affidamento condiviso, all’assegnazione della casa coniugale ed ai criteri di determinazione degli assegni di mantenimento. Non è immaginabile che le sorti di un cittadino dipendano dal luogo giudiziario in cui egli si trova. Troppe volte capita che un avvocato prima di patrocinare in trasferta sia preventivamente costretto ad informarsi circa gli orientamenti ‘personalizzati’ di questo o di quel Tribunale. Addirittura capita che anche all’interno dello stesso Tribunale esistano prassi diverse. E’ probabile che si sta facendo una grande confusione tra il sacro principio dell’indipendenza della magistratura e la disinvoltura di alcuni magistrati nell’applicare al processo i propri convincimenti ed orientamenti personali spesso in collisione con principi consolidati o con le norme del Codice. Prima ancora di un intervento del Ministro della Giustizia mirato ad uniformare le prassi, l’AMI auspica che siano gli addetti ai lavori stessi ad individuare un unico processo, una unica prassi condivisa in tutto il Paese”.

Il tema sarà approfondito venerdì 8 aprile 2011 a Bologna (ore 9.15, Convento San Domenico, sala Bolognini) nell’ambito del Convegno nazionale AMI


“Il Processo di separazione e divorzio: prassi a confronto”.

Parteciperanno: sen. Avv. Filippo Berselli (Presidente Commissione Giustizia al Senato); dott. Sergio Porena (vice Commissario straordinario – Bologna); Cons. Francesco Scutellari (Pres. Tribunale Bologna); avv. Lucio Strazziari (Pres. Consiglio Ordine Avvocati Bologna); avv. Gian Ettore Gassani (Pres. nazionale AMI); avv. Giovanni Berti Arnoaldi Veli (Osservatorio Giustizia Civile Bologna); Cons. Maurizio Millo (Pres. Tribunale per i Minorenni Emilia Romagna); dott.ssa Angela De Meo (Pres. I sez. Tribunale Bologna); dott. Antonio Costanzo (Magistrato I sez. Tribunale Bologna); prof. Avv. Luigi Balestra (Università degli Studi Bologna); prof. Avv. Carlo Rimini (Università degli studi Milano); prof. dott. Giacomo Oberto (Magistrato Tribunale Torino, Segretario Generale Aggiunto dell’Unione Internazionale Magistrati, prof. c/o Università degli Studi Torino); prof. Avv. Michele Lupoi (Università degli Studi Bologna); dott.ssa Gloria Servetti (Pres. sez. Famiglia Tribunale Milano); dott. Alberto Haupt (Pres. sez. famiglia Tribunale Genova); avv. Cesare Rimini (matrimonialista); dott.ssa Miranda Bambace (sostituto procuratore presso la Procura Generale della Corte di Appello di Bologna) . Coordina e modera avv. Katia Lanosa (matrimonialista, pres. AMI Bologna).        

http://www.ami-avvocati.it/leggi_articolo.asp?id_articolo=1156

Avvocati di strada contro la crisi economica. 20% in piu' i clochard

(Adnkronos) - Sul totale delle pratiche seguite dagli avvocati di strada, 599 hanno riguardato problematiche legati ai permessi di soggiorno, 305 quelle relative a fogli di via e decreti di espulsione. Il 62%, infatti, degli assistiti sono stati infatti cittadini extracomunitari, cui si aggiunge un 28% di italiani e un 10% di cittadini Ue. Prevalgono per oltre il 70% gli uomini, ma c'e' anche il caso di un transgender che ha chiesto aiuto allo sportello. Non mancano casi (157) inerenti al diritto del lavoro, mentre 91 sono quelli legati alla patria potesta' e all'affidamento di figli minori, cui si aggiungono 68 casi di separazione o divorzio
 
In ambito penale, infine, sui 213 casi seguiti, sono al primo posto le cause per reati contro il patrimonio (rapina, furto, ricettazione, truffa) con 49 pratiche aperte. Seguono pero' a ruota i 48 procedimenti in cui i senzatetto o le vittime della tratta sono stati assistiti in qualita' di parte offesa per aggressioni, minacce o molestie. "In 10 anni - conclude Mumolo - non abbiamo avuto un solo caso di un nostro assistitito che abbia commesso un omicidio o un reato grave". La rete di Avvocato di Strada, intanto, continua a crescere. Sono in programma, infatti, aperture di nuovi sportelli a Vicenza, Piacenza e Firenze.

Alla consueta attività di consulenza legale presso gli sportelli, l'Associazione Avvocato di strada affianca altre attività. I volontari dell'Associazione hanno realizzato nel corso degli anni numerose pubblicazioni, organizzano iniziative pubbliche e corsi di formazione. L'associazione raccoglie tesi di laurea e pubblicazioni inerenti le tematiche del diritto e dell'esclusione sociale, raccoglie la giurisprudenza utile, le buone prassi seguite e i dati relativi alle consulenze effettuate.

Gli sportelli dell'Associazione Avvocato di strada Onlus dal 2000 ad oggi hanno affrontato centinaia di casi tra diritto civile e penale. Il numero di consulenze effettuate, invece, è impossibile da calcolare per la rilevante consistenza. Ogni anno Avvocato di strada presenta il proprio "Rapporto sull'assistenza legale in Italia a favore delle persone senza dimora", che raccoglie le attività svolte dagli sportelli italiani.  

Fonte: Adnkronos - libero-news.it

venerdì 1 aprile 2011

La responsabilità civile dei giudici ? La vuole anche Bruxelles. Da 5 anni

In molti hanno scelto di ignorarlo, ma è l’Unione europea a chiedere di modificare le norme italiane sulla responsabilità civile dei magistrati. Secondo la legge 117 del 1988, il giudice italiano è chiamato a rispondere di un suo errore solo in caso di “dolo o colpa grave”. Bisogna provare, cioè, che egli abbia voluto compiere un atto che viola la legge, in piena coscienza. Se si riuscisse a strappare un risarcimento, poi, non sarà il giudice a pagare, ma lo stato italiano – che potrà pretendere, in cambio, non più di un terzo dello stipendio annuo del togato. 

E’ una grande stortura, sostiene Bruxelles, che ha chiesto all’Italia di riportare la legge 117 nei ranghi del diritto europeo. Infatti quello che il leghista Gianluca Pini aveva inserito non è un emendamento a una riforma in tema di giustizia, ma alla legge comunitaria 2010. Nonostante una coincidenza, che ha voluto che l’emendamento arrivasse in Aula quasi contemporaneamente al disegno di legge sul processo breve, si tratta del frutto del lavoro della commissione per le Politiche europee. 

“Non c’è nessun intento punitivo – ha detto Pini – c’è soltanto la necessità di adeguarsi a una procedura di infrazione europea che da maggio potrebbe costarci tre milioni di euro al giorno”.  A Pini hanno creduto in pochi, mentre gli altri rimettevano in piazza il collaudato repertorio del “queste cose succedono soltanto in Italia” o del “regime Berlusconi”. C’è chi, come la deputata del Pd Rosa Villecco Calipari, parlava di “piccole norme salva-premier e ammazza magistrati”. O chi si appellava al borrelliano “resistere resistere resistere”, come l’Anm, che gridava all’“aggressione nei confronti della magistratura, diretta a influenzarne la serenità di giudizio”.

Eppure basta guardare il calendario delle udienze europee per capire come Pini non si sia inventato niente: c’è un ricorso contro l’Italia, presentato dalla Commissione di Bruxelles, su cui la Corte di giustizia Ue deve decidere entro maggio. La sentenza in arrivo non è un mistero, tant’è che il Senato aveva previsto da tempo di prevenire il danno con la legge comunitaria 2010.

Le lamentele dell’Ue si fanno sentire dal 13 giugno 2006, approdo finale di una controversia nata nel 1981 nel settore dei trasporti marittimi tra Sicilia, Sardegna e continente. All’inizio degli anni 80, la Traghetti del Mediterraneo (Tdm), si convince che la concorrente Tirrenia di Navigazione (Tdn) possa praticare prezzi bassissimi perché si è garantita delle sovvenzioni pubbliche.

La Tdm, quindi, cita la Tdn in giudizio per concorrenza sleale, ma si vede dare torto in tutti i gradi, dal tribunale di Napoli sino alla Cassazione. Nel frattempo, la Tdm fallisce e il curatore fallimentare, convinto che i giudici abbiano sbagliato a interpretare le norme comunitarie, denuncia l’Italia al tribunale di Genova. I magistrati liguri, a loro volta, interpellano la Corte di giustizia Ue, che risponde appunto nel giugno del 2006.

I giudici della corte lussemburghese si rifanno a una loro sentenza precedente, che porta il nome di un professore austriaco, Gerhard Köbler: gli stati membri devono risarcire i loro cittadini anche se a sbagliare nell’interpretazione del diritto comunitario è un organo di ultimo grado (come la Cassazione).

La Corte scrive anche che “il diritto comunitario osta a una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice” nei casi “in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente” (formulazione identica a quella usata da Pini).

Nel febbraio 2009 la Commissione europea chiede all’Italia come abbia intenzione di adeguarsi alla sentenza emessa tre anni prima.

Pochi mesi dopo, in ottobre, da Bruxelles ripetono la stessa richiesta. Ma non si ha notizia di passi avanti e, il 22 marzo 2010,  la Commissione Ue chiede che si apra una procedura di infrazione del diritto europeo contro l’Italia. Ora al Parlamento restano 2 mesi di tempo per rimediare.

Fonte: ilfoglio.it

A Matrix va in scena la malagiustizia familiare, è protagonista la vergogna.

A Matrix Tiberio Timperi e altri ospiti di spicco hanno affrontato l'argomento dei figli contesi nelle separazioni. La trasmissione ha preso spunto dalla vicenda Corona-Moric, e ha attraversato in tutta la sua ampiezza le più note argomentazioni in materia, luoghi comuni compresi. 

Solo dopo un bel pezzo a parlare di ovvietà, con i soli Timperi e Gassani ad elevare il livello della discussione, si è palesato il concetto che avrebbe dovuto guidare la puntata fin dal suo inizio: "per quale motivo il padre (Corona) non avrebbe dovuto portare con sè il figlio, visto che la madre (Moric) è al lavoro all'Isola dei Famosi, distante circa 10.000 km da casa e per un bel pò di tempo ancora ?".

A parte la risposta di un intervenuto, che insisteva come un disco rotto sul fatto che "c'era un provvedimento del giudice e bisognava rispettarlo", pochi (tranne Gassani e Timperi, appunto) si sono chiesti se quel provvedimento dovesse impedire che si realizzasse un normalissimo meccanismo di Giustizia Familiare: se un genitore è assente, ai figli ci pensa l'altro.

La questione sta tutta qui, e in Italia moltissimi operatori della giurisdizione sembrano ancora lontani dall'osservare un concetto di logica elementare come un'addizione. A svegliare le coscienze dormienti, probabilmente, ci ha pensato il giornalista Gianluigi Schiavon (autore del libro "Il bambino del mercoledì"), alla cui vicenda è stata dedicata gran parte della trasmissione (purtroppo andata in onda in una fascia oraria proibitiva - dalle 00.26 in poi).

Nel 2003 Schiavon si separa dalla moglie; nella prima udienza riguardante l'affidamento del figlio di 4 anni, tutto sembra essere "nella norma" (siamo ancora in periodo pre-affido condiviso), affidamento alla madre e visite libere del padre ("potrà vedere il figlio quando vorrà").

Dopo 10 giorni un ricorso della ex moglie del giornalista trova un giudice che accorda una restrizione delle visite limitata al mercoledì più due weekend al mese. Il motivo ? La donna senza che ci fossero testimoni afferma che negli incontri del figlio con l'ex marito ci fosse tensione; nessuna testimonianza ma il giudice accoglie. Parte la prima decisione iniqua verso un padre accusato di petulanza (telefonava troppo per poter vedere il figlio, assolto con formula piena nel giudizio penale appena concluso, NDR).

Non finisce qui, perchè il CTU, che sarebbe un consulente psicologo nominato dal tribunale, decide che l'ex moglie è inadeguata ad avere l'affidamento del figlio, ma a causa della sentenza precedente, il 12 aprile del 2006 il bambino viene affidato ai servizi sociali. Gli assistenti sociali prendono, come sono soliti fare, il "potere assoluto" sulla vicenda familiare, e dispongono, senza alcuna motivazione, che il bambino (che ormai ha 7 anni) veda il padre solo in modalità protetta, cioè in una stanzetta con qualcuno degli assistenti sociali che vigili sulla visita; praticamente come un incontro in cella da carcere.

In breve, il figlio studia dei stratagemmi per incontrare il padre anche per mezzo minuto, telefonandogli di nascosto e creando finti incontri casuali, quando succede il figlio si lancia nell'abbraccio del padre, ma subito dopo viene portato via. Finalmente, un paio di giudici decidono di leggere il fascicolo per capirci qualcosa: entrambi i giudici non si spiegano perchè il padre sia stato privato dal vedere il figlio e di averne l'affidamento una volta risultata inadeguata la madre del bambino, ancora più clamoroso che in 5 anni, nessuno abbia voluto spiegare il perchè di quell'assurda decisione degli assistenti sociali.

Ad un certo punto il Schiavon decide di ribellarsi a quella misura iniqua, a quella violenza privata a cui molti assistenti sociali, pur di non fare assistenza domiciliare, costringono tante famiglie italiane. Decide  di rifiutare quelle modalità di incontro per non creare disagio al figlio.

Il risultato è straziante: il giornalista non vede il figlio dal 12 Aprile 2006. 

Tutti zitti in sala, via i luoghi comuni, qualcuno abbozza una frase ma la tronca subito. 

Va di scena la malagiustizia familiare, è protagonista la vergogna.

Fonte: adiantum.it - liberamente tratto da http://www.spettacolo.we-news.com/programmi-tv/altri-programmi-tv/7990-matrix-31-marzo-2011-la-storia-vera-straziante-di-un-padre-vittima-dellingiustizia-dei-giudici (articolo di Carmine Orlando)