lunedì 28 marzo 2011

Il modello educativo cinese è superiore a quello occidentale?

Un libro di Amy Chua, una “mamma tigre”, che racconta i rigidi metodi educativi utilizzati con le sue figlie, ha acceso un aspro dibattito

Le mamme d’America sono sconvolte da una tigre cinese. Anche tanti papà. Mezzo secolo di pedagogia progressista, tutto il pensiero “politically correct” sulla piscologia infantile dal dottor Spock in poi, è travolto da una signora cinese. Sottile, seducente, elegante, cosmopolita, Amy Chua era nota fino a un anno fa come una intellettuale élitaria. Docente di diritto internazionale nella esclusiva Yale Law School. Studiosa di storia, autrice di saggi importanti sulle dinamiche che portano all’ascesa e al declino degli imperi (con un occhio alla sfida attuale tra Cina e Stati Uniti). Ma la vita di Amy Chua ha “svoltato” improvvisamente dopo l’uscita del suo nuovo libro, “L’inno di guerra della madre tigre”. Amy Chua è cinese-americana, figlia di immigrati, e questo libro (che uscirà anche in Italia) è prima di tutto un viaggio nella memoria: il racconto dei tanti choc culturali legati all’inserimento nella società americana, il modo in cui prima i suoi genitori, poi lei stessa si sono costruiti una nuova identità che mescola tradizioni cinesi e valori occidentali. E’ un libro molto ricco e affascinante, ma la parte che ha fatto scandalo in America è una sola: quella in cui Amy Chua descrive i metodi con cui educa le due figlie, metodi più ispirati alla cultura confuciana che alle consuetudini americane. Il marito di Amy sia un ebreo americano ma è lei a dettare le regole in quel campo. Disciplina ferrea, divieto di guardare la tv o di trastullarsi con i videogame. Perfino le feste dagli amici sono proibite per dare la priorità allo studio. Come non bastassero le materie scolastiche, ci sono i corsi privati di pianoforte e violino, anche questi da seguire con la massima applicazione. Forte autorità dei genitori. Spirito di sacrificio. Dedizione totale all’apprendimento. La “mamma tigre” può arrivare a vere e proprie crudeltà: quando una figlia all’età di tre anni le porta un cartoncino di auguri fatto con le sue mani alla scuola materna, Amy Chua lo rifiuta perché è sciatto, “non c’è abbastanza lavoro”. Quando la figlia si rifiuta di studiare violino, viene punita mettendola “nell’angolo” fuori casa, in una giornata fredda d’inverno. Il libro della madre-tigre è all’origine di un vero e proprio psicodramma nazionale. Il magazine Time gli ha dedicato una copertina. Il Wall Street Journal ha dovuto creare una rubrica apposita per ospitare le numerosissime reazioni dei lettori: c’è di tutto, l’indignazione di chi accusa l’autrice di sadismo, e l’ammirazione nostalgica di chi rimpiange un’epoca in cui “anche le mamme ebree si comportavano così”. Cioè l’epoca prima del Sessantotto, del femminismo, di tutti i movimenti autoritari che hanno distrutto l’autorità parentale. Una lettura semplificata di questo dibattito può rinchiuderlo nella contrapposizione destra-sinistra: la madre-tigre venuta dall’Asia è un modello ideale per i conservatori che vogliono ristabilire un’ordine morale e le gerarchie travolte dal permissivismo; i progressisti innamorati della scuola Montessori inorridiscono di fronte al revival di metodi oppressivi destinati ad allevare figli nevrotici e infelici. In realtà la discussione è molto più complicata e avvincente. Il libro di Amy Chua coincide con un allarme lanciato da Barack Obama: l’amara scoperta che gli studenti americani sono finiti molto indietro nelle classifiche internazionali (al trentesimo posto secondo l’Ocse, per l’apprendimento della matematica nei licei), proprio nell’anno in cui al primo posto mondiale sono balzati i licei di Shanghai. Ci s’interroga finalmente su una pedagogia americana fin troppo comprensiva: l’ossessione per “l’autostima” dei ragazzi preclude ogni critica troppo diretta, ogni giudizio troppo severo. Il risultato è una generazione narcisista, che si crede l’ombelico dell’universo. L’obiezione più forte alla “madre-tigre”, è che l’Asia confuciana non ha creato una Silicon Valley. Per generare i vari Steve Jobs (Apple), Larry Page (Google), Mark Zuckerberg (Facebook) ci vuole un sistema che incoraggi la trasgressione. Il genio creativo è un ribelle. Sì, però bisogna anche avere un’autorità contro cui ribellarsi… L’osservazione più acuta sul “terremoto Amy Chua”, è che l’autrice ha portato alla luce un fenomeno già in atto nell’alta borghesia americana. Le mamme dell’Upper East Side di Manhattan, dei quartieri ricchi di San Francisco e Boston, in furiosa competizione per iscrivere i figli alle scuole private più esclusive fin dal pre-kindergarten, sono già oggi molto più simili alle cinesi di quanto vogliano confessare.

[Fonte http://rampini.blogautore.repubblica.it]

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