giovedì 24 febbraio 2011

Calunniato e licenziato: lo stato d'ira scrimina il volantino offensivo - Sentenza n. 7073 del 23 febbraio 2011

Il giudice deve valutare se la condotta sia una reazione a un fatto ingiusto.

Un volantino pieno di offese distribuito all'esterno dell'azienda lascia poche speranze all'autore: l'imputazione per diffamazione è quasi automatica.

Ma può configurarsi anche la causa di non punibilità, ad esempio perché lo scritto diffamatorio costituisce la reazione a un fatto ingiusto della parte lesa, cioè il datore e il suo consulente.

E nel valutare la sussistenza dei presupposti per l'applicabilità dell'articolo 599 Cp il giudice del merito non può ignorare che lo stato d'ira è una condizione che annebbia la mente mentre il requisito dell'immediatezza, che pure è indicato dalla legge, non presuppone che la reazione sia contestuale alla provocazione.

È quanto emerge dalla sentenza n. 7073 del 23 febbraio 2011, emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione.

Accusato ingiustamente di molestie sessuali, il licenziato viene blandito con la promessa di un altro impiego, che invece non arriva mai. Allora il lavoratore dà in escandescenze e distribuisce il volantino "aggravato" dalle contumelie.

Il giudice di pace esclude la non punibilità sul rilievo che il licenziato avrebbe dovuto rivolgersi al tribunale civile per la riassunzione.

Il punto è che la condotta dell'agente è evidentemente dettata da uno sfogo di astio nei confronti dell'azienda.

Il giudice del merito, allora, avrebbe dovuto valutare tre elementi: se il comportamento del datore integrasse un fatto ingiusto; se l'azione del licenziato potesse costituire una reazione alla provocazione; se ricorresse il requisito dell'immediatezza, considerando che risulta sufficiente che la reazione sia attuata finché dura lo stato d'ira. Sarà dunque il giudice del rinvio a provvedere.

[Fonte: telediritto.it]

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