lunedì 31 gennaio 2011

IDV Toscana, presentata mozione per la Bigenitorialità

Sostenere il diritto dei minori alla bigenitorialita', ovvero a ricevere cura, educazione e istruzione da parte di entrambi i genitori. E' quanto prevede una mozione presentata in Consiglio regionale dall'Idv. 

Il documento e' stato illustrato oggi dal capogruppo Marta Gazzarri (prima firmataria), insieme al vicepresidente dell'Assemblea Giuliano Fedeli (Idv) e ai rappresentanti delle associazioni 'Buone prassi' e 'Crescere insieme'.  

La mozione chiede che la Giunta Toscana si faccia promotrice di protocolli con i servizi sociali, le associazioni e gli ordini degli avvocati, degli psicologi e dei mediatori familiari, ''allo scopo di organizzare interventi mirati all'applicazione del diritto alla bigenitoralita'''.

Nel documento si chiede anche di prendere in considerazione l' opportunita' di inserire tra i requisiti per partecipare ai bandi per l'assegnazione degli alloggi popolari, anche la condizione di genitore con affido di figli minori.

Come spiegato da Gazzarri ''il tema della bigenitorialita' e' oggi estremamente attuale a fronte di un sempre maggiore incremento di separazioni e divorzi, e delle difficili situazioni economiche per i genitori'' che ne derivano. Per Gazzarri ''la nostra mozione e' un primo passo per iniziare ad affrontare l'argomento che auspico sia condiviso da tutta la maggioranza e dalla Giunta regionale''. (ANSA).

Fonte: ANSA

Il disastro dei tribunali minorili. le denunce contro i pubblici ufficiali non vengono considerate

Il malfunzionamento dei Tribunali dei Minori e dei Servizi di assistenza sociale sono all'origine di disastrose situazioni familiari. Da parte loro, molti genitori, nella maggior parte dei casi padri separati o in corso di separazione, prendono l'iniziativa e denunciano a loro volta le incompetenze e le errate interpretazioni che sono alla base di situazioni rovinose, fino a casi estremi che spingono addirittura al commettere reati in preda alla disperazione. 


E' dell'agosto 2010 la denuncia contro il giudice Maria Rita Verardo, del Tribunale dei Minori di Lecce da parte di Maria Cristina Conte, a causa di una sentenza del febbraio 2007 che stabiliva un decreto provvisorio (ex art.333, 336 e 38 disp.Att.Cod.Civ) che disponeva la misura secondo la quale il figlio, minorenne, Kristian Marena venisse affidato al Consultorio Familiare di Gallipoli e al Servizio Sociale del Comune di San Nicola, senza alcuna motivazione che giustificasse tale provvedimento. Inoltre, il giudice Conte proibiva qualsiasi tipo di frequentazione del bambino con la famiglia originaria.
Già, di fatto, tale decisione è in aperta violazione della legge 149/01 sul Diritto dei Minori, nonché della legge 175/01 (Convenzione dei Diritti del Bambino) e della legge 848/55 (Ratifica della Carta Fondamentale dei Diritti dell'Uomo).

Che cosa era successo, per arrivare a questo?

Sostanzialmente, nel maggio 2010 il giudice Verardo ha inspiegabilmente negato l'accesso agli atti alla madre del piccolo Kristian Marena, nonostante ufficiale richiesta in merito, ponendo in tal modo la madre nella assoluta impossibilità di difendersi dalle accuse mosse contro di lei e che hanno determinato l'allontanamento del minore per ben tre anni. E che sono ancora inspiegabilmente interrotti. Il provvedimento del giudice minorile Verardo è manifestamente contrario a quanto stabilito dalla Costituzione all'art.24 e 111, che per altro afferma come non esista nessuna legge che consenta ad un tribunale dei minori la decisione di secretare gli atti di un procedimento.

Forse che i magistrati non sono soggetti all'osservanza delle leggi italiane? Per niente. Lo sono come tutti i cittadini, e come afferma la stessa Costituzione all'art.101.I giudici, pur facendo parte di un fondamentale organo dello Stato, sono terze persone che devono giudicare in maniera neutrale ed imparziale nelle controversie fra due o più parti in causa e, quindi, non rappresentano gli interessi dello Stato, ma la corretta amministrazione della giustizia (come scritto nel Codice Deontologico del Magistrato e nell'art. 111 della Costituzione).

E’ impensabile, inoltre, considerare come “oro colato” soltanto l’operato di assistenti ed educatori sociali, poiché si attribuisce a tali persone, spesso giovani e quindi prive di esperienza e di adeguata professionalità, l’infallibilità. Da non sottovalutare, inoltre, l’opportunità che si concede ai suddetti operatori di abusare della propria mansione. Occorre anche precisare che i provvedimenti provvisori emessi dai Tribunali per i Minorenni limitano i diritti dei figli e dei genitori e la potestà dei genitori sui figli. Ammesso e concesso che il minore è, in questo caso, parte da tutelare, il genitore, in quanto considerato responsabile del disagio o del pregiudizio verso i figli, ha il sacrosanto diritto di difendersi. E’ proprio perché i provvedimenti emessi dal giudice, occorre ribadirlo, sono limitativi fin dalla loro fase iniziale (a tutti gli effetti sono delle pene inflitte senza processo e senza accurate indagini), che devono essere gestiti nel contraddittorio fra le parti.

Per tale comportamento, il giudice minorile mari Rita Verardo è stata denunciata per “abuso d'ufficio ai sensi dell'art.323 del Codice Penale e per “omissione di atti d'ufficio (Art.328).

Non è affatto raro che, le querele presentate dai cittadini, vengano abusivamente archiviate. Molto spesso, sebbene esplicitamente querelate con l'indicazione precisa dei dati personali, molte persone non vengono iscritte sul registro degli indagati oppure viene aperto un fascicolo “contro ignoti“: tutto ciò in maniera inspiegabile, quasi da favola. Reati oggetto di querela, non si inquadrano o si inquadrano in maniera sbagliata: anziché indicare il reato compiuto, si indica quello non compiuto (con lo scopo di procurare l'impunità al querelato) o addirittura la querela si trasforma in una “notizia non contenente reato“.

A volte pubblici ministeri, polizia giudiziaria e giudici per indagini preliminari omettono di indagare e non chiariscono la verità dei fatti, non agiscono in base delle richieste specifiche presentate dai cittadini (per esempio, richieste di acquisire tabulati telefonici o effettuare ispezioni negli atti). Molto spesso querele si mandano in archiviazione senza svolgere alcun tipo di attività investigativa o addirittura dopo acquisizione delle prove a carico degli querelati.

Fonte: genovaogginotizie.it

CLASS ACTION, il 14 Febbraio il deposito al TAR. Si va spediti verso la Corte Europea

L’Ufficio Legale di ADIANTUM, nella persona del suo Responsabile Nazionale, Avv. Davide Romano, rende ufficialmente noto che, nonostante siano decorsi i novanta giorni previsti per legge entro i quali il Ministero della Giustizia avrebbe dovuto notiziare sulle iniziative assunte e da assumere per sanare le disfunzioni della P.A. nella applicazione dei criteri e dei controlli affinchè la legge 54 del 2006 che prevede l’affido condiviso in caso di separazione dei coniugi non sia disattesa (formalmente o sostanzialmente), nessuna risposta è pervenuta dagli Organi preposti. 


Pertanto, l’Avv. Davide Romano (Foro di Bari) e l’Avv. Giorgia Gira (Foro di Taranto) hanno già provveduto a redigere il formale ricorso al TAR con cui si dà seguito all’introduzione di una class action nei confronti del Ministero della Giustizia, già diffidato ex D.Lgs 20.12.2009 n.198 in attuazione dell’art. 4 della Legge 04.03.2009 n. 15 con atto notificato lo scorso ottobre.

Il ricorso verrà depositato (con un leggero ritardo rispetto alle previsioni) il prossimo 14 Febbraio dinanzi il TAR Lazio, competente ad esprimersi in merito alle questioni sollevate.

L’Ufficio Legale di ADIANTUM ha comunque reso noto di aver verificato presso il Ministero della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, durante un incontro ufficiale indetto dal Ministro per verificare l’efficacia della class action in Italia, che ADIANTUM sarebbe la prima associazione in Italia a formalizzare, dopo l’atto di diffida, un formale ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per la disfunzione del Ministero della Giustizia.

In quell’occasione, il responsabile dell’Ufficio Legale, Avv. Davide Romano, presente unitamente all’Avv. Giorgia Gira, rilevò che i criteri tassativi previsti dal D. Lgs. 198/2009 non permetteranno probabilmente di ottenere sanzioni a carico della P.A. dinanzi al TAR, né il risarcimento (non previsto dalla legge) per coloro che hanno subito i danni di un mancato criterio di controllo per l’applicazione effettiva di una legge dello Stato.

Al contrario, non è peregrina l’ipotesi che il TAR, non esprimendosi nel merito del ricorso in relazione a tutte le disfunzioni rilevate del Ministero, possa dichiarare inammissibile il ricorso stesso.

E’ per questa ragione che ADIANTUM fa sapere che è contemporaneamente in lavorazione (ed allo studio degli Avv. Giorgia Gira e Davide Romano) il ricorso alla Corte di Giustizia Europea, dinanzi alla quale potranno essere richiesti sia la condanna dello Stato Italiano sia il risarcimento dei danni per i singoli aderenti al ricorso oltre che alla stessa associazione ADIANTUM.
 
Pertanto, il ricorso al TAR deve essere visto non come punto di arrivo della procedura di Class Action iniziata da ADIANTUM, ma come un punto di partenza. Le attività di raccolta degli aderenti alla Corte UE inizieranno immediatamente dopo il 14 Febbraio, e saranno coordinate  in collaborazione con tutte le associazioni locali e regionali aderenti ad ADIANTUM, e con il supporto degli attivisti dell'Associazione.

E’ infatti intenzione dell’Ufficio Legale presentare il ricorso alla Corte di Giustizia Europea nei prossimi due mesi, compatibilmente con le procedure di adesione e di formalizzazione della delega al ricorso alla Corte Europea da parte dei consociati ed aderenti.

La nuova iniziativa permetterà ai singoli aderenti di pretendere al più presto il giusto risarcimento (morale ed economico) per i danni subiti a causa delle inadempienze dello Stato italiano in materia di separazioni e affidamento dei figli.

Fonte: adiantum.it

Alessandria, presentazione del libro di Vezzetti: i servizi sociali rifiutano invito

Quando si dice avere la coda di paglia... Ad Alessandria si è svolta, presso la Taglieria del Pelo (via Wagner), nell'ambito della rassegna culturale denominata librinpista, la presentazione del libro di Vittorio Vezzetti Nel nome dei figli, alla presenza dell'autore. 

La presentazione è stata curata dal neonato Centro Etico Familiare, e ha visto gli interventi di numerosi operatori del settore tra avvocati, psicologi e professionisti, introdotti dal presidente della circoscrizione Mauro Remotti.

Al dibattito, moderato da Antonio Silvani, hanno partecipato in tanti. La serata si è svolta, però, con una nota polemica da parte di chi, invece di polemizzare, probabilmente farebbe meglio ad evitare brutte figure e ad aggiornarsi.

La presentazione del libro di Vezzetti, in tal senso, sarebbe stata una ottima occasione di confronto civile anche per il CISSACA (il consorzio dei servizi sociali di Alessandria), il quale invece ha rifiutato l'invito, scrivendo che "...pur consapevoli che il libro riporta storie di vita vissuta che meritano rispetto, per i contenuti espressi e le modalità descrittive siamo spiacenti di dover declinare l'invito, in quanto non esistono i presupposti minimi per un confronto neutro, sereno, quindi scevro da pregiudizi".

Impossibile non ironizzare sull'accaduto. Il Cissaca può certamente rifiutare un invito - sebbene ciò sia moralmente discutibile, per via della delicata funzione sociale di cui esso è investito -, ma il bello è che nessuno aveva l'intenzione di "confrontarsi" con i loro rappresentanti, nè gli organizzatori avevano l'obiettivo di fare del Cissaca una vittima designata.

Evidentemente, la paura di ricevere critiche relative al proprio operato ha preso il sopravvento. Coda di paglia, appunto.

Fonte: adiantum.it

La Giustizia, in Italia, è una stella lontanissima che impiega anni luce per raggiungere i cittadini. Per alcuni, è un buco nero.

CLASS ACTION, il CSM riscontra la diffida di ADIANTUM con un secco ´prendiamo atto´

 

Un segnale dall'Ultramondo della giustizia familiare. Se i raggi solari impiegano 8 minuti per compiere una distanza di 150 milioni di chilometri, il riscontro del Consiglio Superiore della Magistratura alla diffida collettiva di ADIANTUM ha impiegato 100 giorni per percorrere un tragitto di soli 12.700 metri, peraltro nella stessa città (da Piazza dell'Indipendenza a Via Trionfale).

La lettera, firmata dal Vice Segretario Generale Marco Patarnello, recita il seguente testo: "Comunico che il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 19 Gennaio 2011, ha adottato la seguente delibera: di prendere atto dell'atto stragiudiziale di diffida pervenuto in data 19.10.2010 dall'Associazione Nazionale a Tutela dei minori - ADIANTUM - concernente la disapplicazione della legge 54/2006 da parte di alcuni uffici giudiziari della Repubblica Italiana".

Questa lettera è densa di significati politici, in una fase storica in cui mai come adesso politica e magistratura sono sembrate così interconnesse tra di loro. Tra i destinatari, infatti, c'è il Ministro della Giustizia, il quale fino ad oggi non ha ritenuto opportuno riscontrare nulla, impegnato com'è a minacciare una riforma della Giustizia che non arriva mai.

La cosa non è di secondo piano. Sembra un dialogo in codice, dove è necessario cogliere ciò che c'è "tra le righe". L'aver inviato la missiva al Ministro Alfano, suona quasi come un "è roba vostra, vedetevela voi, noi non ci entriamo...". E' cominciato, pertanto, un discreto "scaricabarile", condotto in punta di penna, e adesso sarà curioso vedere se, dal Ministero, arriverà finalmente qualcosina.

Su tutto, rimane la sensazione che si voglia "usare" questa Class Action come uno strumento di lotta intestina alle Istituzioni del Paese. E' un pericolo più che concreto che bisogna spegnere sul nascere, perchè dalle lotte fratricide non nasce mai niente.

C'è da dire, poi, che se le intenzioni fossero state buone, durante questi 100 giorni il CSM e il Ministero potevano anche convocarci, tendere una mano, aprire un dialogo. Noi ci saremmo andati volentieri, a confrontarci. Invece niente, silenzio assoluto e una letterina lunga cinque righe cinque.

La Giustizia, in Italia, è una stella lontanissima che impiega anni luce per raggiungere i cittadini. Per alcuni, è un buco nero.

Fonte: adiantum.it

venerdì 28 gennaio 2011

IN CARCERE PER STUPRO, SCAGIONATO DA UN VIDEO. ADESSO CHIEDE 60.000 EURO DI RISARCIMENTO

BOLOGNA - Finì in carcere per 13 giorni con l'accusa di aver stuprato una diciannovenne, ma un video 'hard' con la presunta vittima girato di nascosto lo scagionò, tanto da arrivare all'archiviazione del fascicolo penale. 

Per questo, un operaio romeno di 31 anni, incensurato e domiciliato a Cervia (Ravenna), attraverso il suo legale, avv. Massimiliano Nicolai, ha chiesto alla corte d'Appello di Bologna un indennizzo per ingiusta detenzione pari a 60.000 euro. 

L'avvocatura dello Stato, pur non opponendosi alla richiesta, ha chiesto che la cifra venga ridimensionata. I giudici si sono riservati la decisione. L'ordinanza è attesa per i prossimi giorni. 

Nella domanda di riparazione si fa riferimento ai «gravi danni patrimoniali e morali», alla «perdita di immagine, di occasioni, di prestazione di lavoro autonomo e subordinato e di opportunità di relazioni sociali», voci a cui vanno sommate le spese legali. 

La vicenda era partita nel 2008, quando la ragazza aveva raccontato ai carabinieri che il 27 agosto di quell'anno era stata avvicinata fuori da una discoteca del Cervese da quell' uomo mai visto prima. Secondo la denuncia, l'uomo, dopo averle dato un passaggio in auto, l'aveva costretta a salire in casa, dove l'aveva violentata. 

Il mattino seguente lei era riuscita a scappare dall'appartamento ed era corsa alla più vicina caserma dell'Arma. Dopo qualche giorno, in esecuzione al provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dal Gip di Ravenna, l' operaio era stato arrestato. 

Però già durante l'interrogatorio di garanzia aveva spiegato che quella connazionale, con la quale aveva avuto una relazione clandestina, lo aveva denunciato solo per gelosia nei confronti della compagna ufficiale. 

Ma soprattutto aveva raccontato di una sua passione segreta: riprendere di nascosto alcuni dei suoi rapporti sessuali. Il video di quella notte, seppure di bassa qualità ma chiaro nei contenuti, lo aveva fatto uscire di prigione.

La mancata applicazione REALE della legge sull'affido condiviso giunge a Bruxelles: interpellanza parlamentare dell'On. Antinoro sul caso "ITALIA"

Parlamento UE: AD-NEWS intervista Antinoro sulla questione delle pari opportunita´ genitoriali

 

Finora quindi per pari opportunità si è sempre quindi inteso quell´insieme di attività orientate all´eliminazione delle disparità che hanno interessato per anni le donne. 

 

Il principio di pari opportunità va però interpretato a 360 gradi. Bisogna tutelare ognuno dei due sessi nel caso in cui questo sia soggetto a forme di discriminazioni basate sul genere

 

E in tal senso esistono forme di discriminazione verso l’uomo che sono venute alla luce, in maniera speculare, proprio grazie al processo di autodeterminazione della donna

 



[Fonte adiantum.it]

giovedì 27 gennaio 2011

Onorevole Mussolini, la realtà, purtroppo, è un'altra, e non è quella che Le è stata riferita.

ADIANTUM replica alla Mussolini: sugli effetti della PAS apriamo finalmente un dibattito


Il fatto che in Italia ADIANTUM porti a conoscenza situazioni di pregiudizio per i minori quali quelle del conflitto tra gli ex coniugi, di condizionamento sui minori (vedi anche l’ultima sentenza della Cassazione  sentenza n. 250 del 10 gennaio che condanna chi pressa la psiche dei minori), non dovrebbe far preoccupare il mondo degli adulti visto che, come ci piace pensare, abbiamo questo mondo in prestito proprio per lasciarlo ai nostri figli, e quello che vogliamo per loro è che siano liberi di pensare, di credere e di sognare.  [... ...]

A tutti noi sarebbe piaciuto affermare che il Brasile ha sbagliato quando ha formulato una legge specifica contro la sindrome di alienazione genitoriale (26.08.2010 legge 12.318-10), e la stessa cosa avremmo voluto fare quando la regione Liguria ha deliberato l’approvazione degli “Indirizzi in materia di maltrattamento, abuso e sfruttamento sessuale a danno dei minori” che prevedono la deprivazione genitoriale e la sindrome di alienazione genitoriale. [... ...]

Onorevole Mussolini, la realtà, purtroppo, è un'altra, e non è quella che le è stata riferita. [... ...]

In ogni caso, l'obiettivo di ADIANTUM non è certo quello di dare una mera definizione di specie ad un fenomeno clinico - questo lo farà la Comunità Scientifica internazionale -, bensì quello di stabilire, una volta per tutte, che portare un bambino ad avere atteggiamenti immotivati di totale rifiuto affettivo verso uno dei genitori è una gravissima forma di maltrattamento sul minore e una inaccettabile violenza sul genitore alienato. [... ...]



[Fonte adiantum.it]

Il dottore corregge il tiro: LA PAS ESISTE ma è "meglio" chiamarla disorder invece che disease.

Vediamo che il post di IERI  in cui facevamo presente la "bizzarra" affermazione di un medico appartenente all'Ordine dei Medici di Lecce  (dr. Mazzeo)  in base alla quale la PAS (Sindrome di Alienazione Genitoriale) non sarebbe stata MALATTIA e - QUESTO IL PUNTO CONTESTATO - di conseguenza SAREBBE STATA INESISTENTE, ha fatto il suo BUON SERVIZIO. Oggi la PAS viene CORRETTAMENTE indicata dal medico pugliese come DISORDER (In italiano disordine o disagio).





Prendiamo atto che, tra gli epiteti di varia estrazione, FINALMENTE il dr. Mazzeo RICONOSCE che la PAS è un DISORDER, comunque QUALCOSA con tutti i CRISMI per entrare a far parte del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders) al pari di moltissime altre patologie o disturbi mentali.

Peccato che a fargli eco, con la solita prosopopea, sia la nostra Ines Maria, ma tant'è: sono questi i personaggi con i quali il medico di Lecce ha un feeling  piu' intenso. 

Ecco qui a tutti la "RIVELATA" distinzione tra DISORDER E DISEASE.


"Ad uso e consumo di chi, da non medico o da non psichiatra, si spaccia per esperto del campo e sproloquia su questi concetti senza sapere di che parla. L'affermazione che "le malattie esistono solo nella sfera somatica" non è mia ma di uno... dei più grandi psichiatri di tutti i tempi, Kurt Schneider; se leggessero di più testi scientifici seri lo saprebbero. (scusa Marta per questa precisazione ma la ritenevo necessaria dopo aver letto le loro mistificazioni e la sistematica disinformazione e mis-informazione che fanno in rete). Proprio per questo i DSM parlano di "disorder" tradotto in italiano con "disturbo", ma che si può leggere anche disordine, e non di "disease" che è il termine inglese per "malattia". Dai ragazzi, rimandati tutti a settemebre, tornate sui banchi di scuola."



Chanson de geste
Piangete passeri, piangete fiori,
tutte le lacrime che non so versare
che io non veda più luci e colori,
senza la luce dei mio amore
Roland che sorrideva
Roland con gli occhi di rugiada
Roland coi suo cavallo e la sua spada
Se l'è portato il vento
Se l'è portato il vento
Chanson sans geste
Piccola pietra piccola canzone
vento di francia e donne affatturate
lui vi servì di uguale devozione
in guerra e nelle stanze più appartate
donne, Roland fu come non sapete
cappone e leccapiedi dei cristiani
e grande solamente in spacconate
dei tipo "Valgo dieci musulmani"
Roland è fort
Roland è fort

Roland è mica tanto fort

"Mamma li turchi sono proprio tanti"
disse guardando in ogni direzione
non fece in tempo ad infilarsi i quanti
che si trovò già eroe nella canzone...
volevo solo vivere la vita
quello era pazzo, sadico e cretino
ma un giorno finalmente l'ha pagata
e ha finito di fare l'assassino
Roland è fort
Roland è fort
Roland è mica tanto fort
Roland è mort
Roland è mort
Roland è finalmente mort

mercoledì 26 gennaio 2011

Su FaceBook da un po' di tempo capita di leggere le "bizzarre" affermazioni di un certo dr. Mazzeo. Facciamo attenzione e, soprattutto, passiamo all'auto-difesa.

C'è un medico pugliese che da un po' di tempo sta tentando in ogni modo di rispondere, avvalorandole con la propria appartenenza all'Ordine dei Medici di Lecce, alle istanze del mondo femminista estremo. 



Quel che colpisce è lo stravolgimento prepotente delle conoscenze condivise dalla comunita' scientifica italiana, che egli capovolge per dimostrare cio' che egli, ormai senza alcun ritegno, ritiene doveroso affermare in difesa di un presunto e illimitato diritto materno sui figli. Immaginiamo che per il dr. Andrea Mazzeo la famiglia ideale sia quella monogenitoriale in dispregio di qualsiasi altro principio di genitorialita' condivisa e, piu' nello specifico, di bigenitorialita'.


Strenuo NEGAZIONISTA di PAS e BIGENITORIALITA' il dr. Mazzeo esprime i propri pensieri senza alcuna forma dubitativa, propugnandoli come VERITA' ASSOLUTA e senza nemmeno risparmiare i colleghi che, ovviamente, hanno opinioni molto diverse dalla sua con epiteti che, in sede giudiziaria, gli varrebbero una probabile pesante censura. Ma.... andiamo avanti.


Recentemente il nostro dottore si è spinto molto in la', in tema di affermazioni bizzarre sostenendo che non si possa parlare di MALATTIA a meno che il disturbo non abbia riscontri SOMATICI (Qualcosa sul corpo, insomma.... tipo gonfiori, sanguinamenti, vomito e via dicendo).


Egli è pure specializzato in psichiatria e non si comprende come un esperto di malattie mentali possa affermare cio' se non DELEGITTIMANDO proprio sé stesso. 


In ogni caso ci preme sottolineare che le affermazioni del dr. Mazzeo non stanno né in cielo né in terra e, anche allo scopo di chiarire i dubbi di chi abbia avuto la sfortuna di incontrarlo in rete, evidenziamo alcune caratteristiche delle malattie malattie mentali che talvolta, pur manifestandosi come disagio mentale possono non avere immediato RISCONTRO ORGANICO.


Ecco quanto il nostro medico afferma a proposito della pas e, piu' in generale, per i disturbi mentali
 
"La PAS non è una malattia; le malattie esistono solo nella sfera somatica; in medicina è patologico solo ciò che ha le sue radici in alterazioni biologiche, fisiche, organiche. La PAS è solo una argomentazione che l'avvocato di una delle due... parti in causa getta sul piatto per far pendere la bilancia della Giustizia dalla parte del suo cliente. Per dare maggior valore a questa argomentazione la si maschera da "malattia". La stessa "terapia" proposta per "curarla", e cioè la "terapia della minaccia", vale a dire togliere il bambino al genitore da lui amato e consegnarlo a quello rifiutato, è la prova provata che la PAS non ha natura di malattia. Nessuna malattia si cura con un provvedimento del Giudice; la cura di tutti i disturbi mentali è o farmacologica o psicoterapeutica. La PAS è un mito, cioè, citando Galimberti, un'idea semplice, comoda, che non ci pone il problema di approfondire il perché del rifiuto espresso dal bambino verso un genitore. Ma la questione che non si vuole affrontare è proprio questa: perché un bambino rifiuta un genitore? Cosa è successo tra il bambino ed il genitore rifiutato? Chi sostiene la PAS praticamente dice: non ci interessa quello che è successo. Se un genitore è violento in famiglia può non interessarci? Se un genitore è arrivato ad abusare sessualmente dei suoi figli può non interessarci?"


QUELLO CHE FA E' ALLA FINE UN FRAPPE' IN CUI CONVERGONO CONCETTI SCIENTIFICI, PARERI FILOSOFICI E, SOPRATTUTTO, PREOCCUPAZIONI PERSONALI. Ma tant'è....


DI SEGUITO, DAL SITO PSICOLOGI-ITALIA, UNA DEFINIZIONE DEL CONCETTO DI MALATTIA MENTALE CHE RITENIAMO DI GRAN LUNGA PREFERIBILE E AFFIDABILE RISPETTO AL MIX PARASCIENTIFICO DEL MAZZEO. E VE LO PROPONIAMO.


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LA MALATTIA MENTALE 


L'interesse per la sofferenza umana non è storia recente, poichè il vasto campo della medicina si è sviluppato dai tempi di Ippocrate. Diversa sorte è toccata a un aspetto particolare del patire: il disturbo mentale. Di fronte a esso gli antichi si ponevano con presupposti di tipo religioso oppure con atteggiamenti superstiziosi che impedivano loro di interpretare la sofferenza mentale come una malattia. Sigmund Freud è a tutti noto come il fondatore della psicoanalisi, vale a dire una maniera totalmente nuova, rispetto all'epoca in cui visse, di interpretare il disagio mentale. Grazie al suo contributo la realtà psichica cominciò ad acquisire senso, comprese tutte quelle manifestazioni mentali che erano normalmente connotate come assurde o come opera del demonio.

Qual è il vero significato di malattia mentale?

In realtà non esiste un unico concetto sulla rappresentazione della malattia mentale; c’è infatti chi ritiene che esistano dei canoni ben precisi sulla cui base è possibile distinguere tra comportamenti normali e comportamenti devianti e c’è chi afferma invece che la malattia mentale sia solo un’etichetta che la scienza tende a dare in base a regole repressive che definiscono ciò che è normale e ciò che è patologico.

Per comprendere veramente il significato di malattia mentale dobbiamo partire dal concetto di relatività. Un mafioso che uccide il suo capo per prenderne il posto difficilmente sarà ritenuto un pazzo mentre una persona che ne uccide un’altra pensando di compiere un rito propiziatorio per una divinità sarà ritenuta di certo pazza nella nostra società ma non nelle vecchie tribù degli Atzechi dove i sacrifici umani erano del tutto normali. Come avete potuto vedere da questi esempi la devianza è qualcosa di relativo ed è la società a definirne i confini.

Le malattie mentali si distinguono in psicosi e nevrosi. Le psicosi, tra cui la schizofrenia, sono le forme più gravi di sofferenze psichica dove una profonda lesione della personalità rende difficile il rapporto con se stessi e col mondo esterno mentre le nevrosi sono più frequenti e meno gravi in quanto l’individuo riesce a mantenere un buon contatto con la realtà.

La nevrosi può essere:
  • Fobica: è presente nell’individuo una paura irragionevole ed incontrollabile legata ad alcune situazioni specifiche (ad es. folla, spazi aperti, spazi chiusi, animali ecc.) od oggetti
  • Ossessiva: l’individuo è in continua lotta con idee che lo assediano (ad es. ossessione della pulizia, ossessione di dover chiudere la porta ecc.)
  • Isterica: L’individuo si trova in una situazione conflittuale per cui da un lato ha un bisogno, un desiderio, e dall’altro non può esprimerlo e soddisfarlo a causa della repressione del suo Super-Io. Il bisogno troverà allora espressione nel sintomo (isterico), ossia in un disturbo fisico (paralisi temporanea, convulsioni, amnesia, svenimento ecc.) non causato da danni reali all’organismo. 
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L´IDV e la campagna di disinformazione sulla L. 54 e sulla PAS. Ma il partito approva ?

Già da qualche tempo, in merito alla legge 54/2006 e alle sue possibili modifiche, è in atto una campagna di disinformazione ad opera di alcune esponenti dell'IDV. Si tratta di una precisa scelta politica, da non scaricare sulla magistratura chiamata ad accertare l’eventuale fondatezza delle accuse. 

Non passa giorno, infatti, che i cori delle donne IDV non si scaglino contro la Sindrome di Alienazione Genitoriale, additata quale strumento diabolico dell'uomo cattivo.

Viene naturale chiedersi se l'IDV approvi che al suo interno alcune esponenti abbiano dichiarato guerra all'affido condiviso tout court, definendolo testualmente "una legge che difende pedofili e femminicidi". Da come ne parlano, sembra che non sia previsto in tutta Italia un solo genitore di sesso maschile che non abbia in programma di abusare dei propri figli e/o uccidere la propria moglie o convivente, in quanto solo a tale scopo sarebbe nata la riforma dell'affido condiviso.
Concorderete, spero, che si tratti di una visione delirante, oltre che denigratoria, fuorviante e gravemente offensiva per il Parlamento che ha approvato la legge ed il 99% di cittadini e cittadine, elettrici ed elettori che con abusi sessuali ed uxoricidi non hanno nulla a che fare.

Alcune frange IDV applicano le stesse dinamiche alla stroncatura della (PAS), un disturbo comportamentale riconosciuto negli ambienti accademici internazionali, di prossima pubblicazione sul DSM V. Siccome la PAS si attiva nelle contese dei figli in sede di separazione, ecco che per alcune donne IDV diventa l’invenzione di un pazzo (Richard A. Gardner, Columbia University's of Physicians and Surgeons, N.Y., colui che per primo la ha classificata nel 1985) ed ancor una volta lo strumento che serve unicamente ai padri pedofili per abusare sessualmente dei propri figli.

Sorprende, inoltre, il curioso accanimento dell'ala femminile IDV nell’usare lo spettro della pedofilia per stroncare, o almeno tentare di farlo, ogni argomento non gradito.

Come mai questa sequela di informazioni distorte, denigratorie, inventate?

Come mai il fantasma della pedofilia viene fatto aleggiare su tutto ciò che ad acune donne IDV non piace, da una legge dello Stato ad una sindrome ampiamente riconosciuta a livello internazionale?

Come mai al varo della riforma (2006) nelle audizioni parlamentari in II Commissione Permanente e nelle dichiarazioni di voto dei rappresentanti di tutto l’arco costituzionale non una sola volta è stata ventilata l’ipotesi del legame tra affido condiviso e devianze sessuali, e tale certezza dilaga solo ora che è divenuta argomento privilegiato IDV?

Come mai una maniacale ricerca del legame con la pedofilia, tirato a forza su argomenti con i quali la pedofilia stessa non ha nulla a che fare?

Quali sono gli interessi nel creare un clima da caccia alle streghe?

Chi cavalca l’onda del terrorismo psicologico, pur se privo della minima fondatezza?

Questa sessualizzazione forzata per generare terrore, questa strana fobia per il sesso sembra essere di stampo clericale, poco adatta ad un partito progressista. Sembra di sentire le più reazionarie fra le alte sfere vaticane, non certo il partito guidato da Antonio Di Pietro.

Le domande, in sintesi, sono due:

1) è al corrente il gruppo dirigente dell'IDV delle strategie messe in atto da alcune esponenti dell’ala femminile, in particolare IDV Toscana?

2) è una scelta politica condivisa da tutti all'interno dell'IDV, sia negli argomenti che nelle strategie di esposizione?

È utile saperlo, per avere degli orientamenti concreti in occasione delle prossime tornate elettorali....

Fonte: adiantum.it - F. Nestola

martedì 25 gennaio 2011

Essere femminili e remissive aiuta la carriera

Donne e lavoro: un rapporto controverso e difficile, continuamente monitorato, oggetto costante di ricerche e studi. Se ultimamente si è parlato delle donne olandesi, che pare abbiano trovato la felicità con il lavoro part-time, o delle donne inglesi, che invece preferirebbero stare a casa, oppure ancora delle differenze di guadagno tra more, rosse o bionde e dell’importanza degli occhiali a un colloquio, ora è la volta di esaminare il carattere giusto per una donna affinchè possa fare carriera più facilmente.

Secondo uno studio condotto dalla George Mason University della Virginia, il comportamento vincente per una donna sul posto di lavoro non è quello che ci aspetteremmo: non si tratta di tirare fuori gli attributi, nè di mostrarsi aggressive e intransigenti. Al contrario, se una donna vuole fare carriera, deve mostrarsi il più femminile possibile, non solo nell’aspetto (e senza mai scadere nella licenziosità), ma anche e soprattutto nel carattere.

La frase riassuntiva utilizzata dal Daily Mail è “le donne per fare carriera non devono fare gli uomini”. Perchè poi ci debba sempre essere un termine di paragone maschile per spiegare i nostri atteggiamenti, non è dato saperlo: la stessa espressione “tirare fuori gli attributi”, per dirla in modo elegante, implica un richiamo alla fisicità maschile, che dovrebbe corrispondere a forza e decisione.

In pratica non solo secondo questo studio non esisterebbero le donne naturalmente forti e determinate, in quanto se tali assomiglierebbero necessariamente agli uomini, ma qualora tentassero di comportarsi in modo deciso, verrebbero penalizzate sul lavoro, perchè percepite come antipatiche e scostanti. Un atteggiamento più remissivo insomma, darebbe maggiormente i suoi frutti. Ma cosa dovrebbe implicare questo atteggiamento “remissivo”, considerato poi fastidiosamente un sinonimo di “femminilità”?!?

La dottoressa Olivia O’Neill, che ha condotto l’ultima parte della ricerca in questione, consiglia alle donne di mostrarsi forti solo quando serve e quindi di attuare una strategia di comportamento a seconda delle situazioni che ci si trova davanti. Mi sembra che quest’ultimissimo passaggio sia basilare, se si è dotate di buon senso; mi chiedo però se donne come Ursula Burns o come Carol Bartz, partite dal nulla per arrivare a posizioni professionali di potere e di prestigio, si siano mostrate tanto “remissive”…

pinkblog.it

Cane mangia Bibbia, donna l'impicca con filo elettrico in Usa

Dopo avere strangolato l'animale gli ha dato fuoco. Rischia dai 180 giorni ai cinque anni di carcere se condannata

Roma, 25 gen. (TMNews) - Crudeltà sugli animali. Con questo capo d'accusa le autorità hanno incriminato una donna statunitense, che ha impiccato a un albero con un filo elettrico il cane del nipote perché aveva mangiato la sua Bibbia. La donna ha inoltre dato fuoco al corpo del molosso. L'Independent scrive che la 65enne Miriam Smith ha riconosciuto di aver ucciso Diamond, una femmina di pit bull, perché era un "cane-diavolo" ed era preoccupata che potesse far male ai bambini del vicinato. La donna rischia dai 180 giorni ai cinque anni di carcere se condannata. Fco-Cla-San

[Fonte http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2011/1_gennaio/25/cane_mangia_bibbia_donna_limpicca_con_filo_elettrico_in_usa,28020290.html]

Il dibattito sulla PAS, ecco le lettere dalle vittime. Giada: gentile Onorevole Mussolini...

Gentile On. Alessandra Mussolini, sono una madre, con un lavoro in proprio, quasi laureata, inserita in modo armonico nel tessuto sociale, e sono vittima insieme alla mia bambina - che oggi ha 7 anni - della Sindrome di Alienazione Parentale (P.A.S.), messa scrupolosamente in opera nel tempo dal mio ex marito, fin da quando nostra figlia era molto piccola (3/4 anni).

Le scrivo con la speranza di riuscire a trasmetterle un pò dell'immenso dolore, assolutamente gratuito e non risarcibile, e della disperazione che ruotano attorno a questa sigla, apparentemente insignificante e breve, ma lugubre. La P.A.S., se non la conosci, può anche ucciderti dentro. E' una ragnatela tessuta nell'ombra dal tuo alienatore, che giorno dopo giorno ti imprigiona la mente, e ti toglie la lucidità, la bocca, perchè non sai come spiegarti e spiegare agli altri l'assurdo che vivi all'interno delle pareti domestiche. Uccide il tuo cuore, la PAS, perchè le persone che più ami ed hai amato (tua figlia e tuo marito, nel mio caso) ,coloro con i quali hai condiviso giorni felici, oggi ti trascinano con una violenza sordida ma penetrante in una realtà distorta, fatta di esplosioni ingiustificate di odio, di denigrazione, di rifiuto di umiliazioni e di emarginazione affettiva.

Il motore di tutto: le false accuse. Giorno dopo giorno il dolore, la rabbia e l'impotenza ti corrodono dentro e guardando negli occhi tua figlia ci leggi anche la sua, di impotenza, nel potersi sottrarre al disegno distruttivo, subdolo e malvagio del genitore alienatore, il quale "sfrutta"  tutta l'innocenza del bambino, per confonderlo prima, annientargli la debole volontà e in ultimo "programmarlo", ed usarlo come un arma carica puntata contro di te che diventi un bersaglio.

L'alienatore fa in modo che i rapporti con la tua creatura si incrinino:di fronte alle scene folli del bambino alienato i tuoi nervi, i sentimenti, le reazioni vengono messi a durissima prova. Vorresti solo scappare da quest inferno che nessuno "sospetterebbe mai". E quando ti confidi con qualcuno, il più che ti dice è "ma non esagerare, poi passerà......". E intanto il problema non passa mai. Giorno dopo giorno te e tua figlia siete sempre più distanti, lei ti tratta (nelle migliori delle ipotesi) come un estranea, finchè poi l'alienatore non conclude il suo crudele progetto, coinvolgendo le istituzioni locali (Servizi Sociali, tribunali dei minori etc) che per superficialità, scarsa professionalità, penuria di mezzi siglano la parola fine all'amore più grande, tenero, naturale e puro che esista al mondo.

Cara On. Mussolini, mi rivolgo a Lei da madre a madre, Le chiedo solo una gentilezza: chiuda gli occhi un attimo e ascolti il mio dolore, che poi è uguale a quello di tantissimi genitori che si trovano nella stessa mia situazione. Nell'ultimo anno ho potuto passare solo 40 ore assieme a mia figlia, incontrata insieme ad un educatore (un estraneo) in una squallida stanza di un Arci. Ogni 15 giorni per sole 2 ore. All'inizio, la prima cosa che faceva la piccola era quella di abbracciarti dicendomi "Mamma, come vorrei tornare piccolina !". Oggi, dopo due anni di calvario e visite protette, mia figlia non la vedo più, e non riesco a capire il perchè.
Ecco, On.Mussolini, questa è la P.A.S., un abuso grave sul minore indifeso, e l'annullamento totale di ogni diritto di genitori come me. Non so se leggerà mai questa mia, ma La ringrazio per l'attenzione che mi vorrà dare.
 
[Lettera firmata - Fonte adiantum.it]

sabato 22 gennaio 2011

Responsabilità civile dei magistrati e legge Vassalli: l'Italia deferita alla Corte Europea di Giustizia per mancata revisione del sistema

La cosidetta legge Vassalli, che disciplina attualmente il regime di responsabilità civile dei magistrati, è stata periodicamente al centro di critiche per via di una sostanziale impunità di cui i giudici, in forza di legge, godrebbero. 

Recentemente, poi, i richiami dell'UE all'Italia, accusata di non aver modificato tale sistema, si sono tradotti in un deferimento del nostro Paese alla Corte Europea di Giustizia.

A ben vedere, relativamente all'oggetto di specie, i principi costituzionali da bilanciare sono quello di indipendenza della magistratura e quello della responsabilità personale/diretta dei funzionari pubblici contemplato dall’art. 28 della nostra Costituzione.

L'unica categoria di dipendenti pubblici (tali sono i giudici) che è esente da tale enunciato è la magistratura, per la quale la normativa prevede l'adozione di un “filtro” costituito dalla chiamata in causa dello Stato. Ciò avviene in quanto il bene da tutelare sarebbe l’indipendenza della magistratura e del singolo magistrato.

E' bene dire che l’assenza di una responsabilità “diretta” - con eccezione per il caso di dolo - non è il vero problema, il quale è invece rappresentato dagli effetti deleteri che tale norma ha prodotto sui magistrati, sulla loro professionalità e, in definitiva, sulla loro capacità di non sbagliare.

A fronte di un progressivo peggioramento del sistema-Giustizia, infatti, le denunce contro i giudici si sono quasi azzerate, anche perchè la prospettiva di dover affrontare un giudizio verso lo Stato, per il comune cittadino, è scoraggiante. E' anche vero che in tutte le epoche storiche la disciplina della responsabilità civile dei magistrati è sempre stata diversa rispetto a quella stabilita per gli altri funzionari pubblici, considerando la posizione costituzionale tipica del loro ruolo, ma con la legge Vassalli gli effetti negativi per i cittadini si sono rivelati di gran lunga preponderanti rispetto al bene da salvaguardare, e cioè l'indipendenza dei giudici.

Senza contare il tradimento della volontà popolare che si era espressa con il referendum Tortora, negli ultimi anni la magistratura si è staccata sempre più dalla gente comune, quasi rifiutandone la medesima appartenza antropologica.

Bisogna riconoscere che, sul piano del bilanciamento tra responsabilità civile e indipendenza, l’impianto della legge è più volto a proteggere il magistrato, che non invece a garantire un efficace strumento di tutela dei diritti dei danneggiati

Secondo la legge Vassalli (L. 117/1988), poi, l'azione di risarcimento deve prima essere giudicata ammissibile. Come possiamo considerare questo filtro ?

E' una soluzione inaccettabile,  dal punto di vista sociale, e non condivisibile, dal punto di vista tecnico. La sua giustificazione nascerebbe dalla necessità di evitare l’instaurazione e il proseguimento di azioni palesemente infondate, che potrebbero compromettere il sereno esercizio delle funzioni giurisdizionali.

Ma la portata fattuale di tale “filtro” è tale che la giurisprudenza di merito e di legittimità hanno ritenuto necessario proteggere il magistrato dalle azioni proposte dalla parte lesa anche nel caso in cui si lamenti che il danno subito sia conseguenza di un reato del magistrato. Per proporre l’azione ex art. 13 della l. n. 117 del 1988, si richiede che il danneggiato si costituisca parte civile nel processo penale o intraprenda l’azione civile dopo una pronuncia penale di condanna a carico del magistrato.

Come sappiamo, ciò potrà avvenire solo dopo molto tempo. Inoltre, in difetto di tali presupposti, il danneggiato non può agire direttamente, poiché si deve sottostare al giudizio di ammissibilità ex art. 5 l. n. 117 del 1988: se si consentisse al danneggiato di agire direttamente contro il magistrato prospettando ipotesi di reato a suo carico, risulterebbero vanificati le limitazioni e il “filtro” imposti dalla legge all’ammissibilità dell’azione civile.

Se tale filtro, in linea generale, appare già criticabile, lo è ancor di più la prassi giurisprudenziale che ha trasformato il giudizio di ammissibilità in un vero e proprio giudizio di merito, finendo per bloccare la quasi totalità delle domande.

L'effetto più evidente, però, è anche quello di aver annullato le aspettative di giustizia: i tempi lunghi del processo, la demotivazione prodotta dal sistema introdotto dalla norma in vigore, e l'assenza di un organo di controllo veramente imparziale - il CSM raramente interviene con durezza -, individuano oggi, nei fatti, un concreto profilo di impunità che, per sua stessa definizione, non può che definirsi incostituzionale.

[Fonte http://www.adiantum.it/public/1622-responsabilita--dei-giudici.-profili-di-rispondenza-della-legge-vassalli-alla-costituzione.asp?nuovo=true]

venerdì 21 gennaio 2011

Il caso Ritter - Colombo. Ecco i fatti ricostruiti dal tribunale dei minori di Milano

Riportiamo uno stralcio del decreto emesso dal tribunale dei minori di Milano lo scorso 10 Dicembre 2010 relativamente alla vicenda che vede coinvolti i due bambini di Tobias Ritter e Marinella Colombo, i quali attualmente pare stiano effettuando un tentativo di conciliazione. In attesa di novità, e sopratutto in attesa di assistere al rientro dei due figli (occultati dalla madre da quasi un anno) dalla forzata clandestinità, questa minuziosa ricostruzione fa un pò di chiarezza sulla vicenda, e attribuirebbe precise responsabilità in capo alla signora Colombo. 

Il decreto si conclude con l'ordine di rimpatrio dei due minori in Germania, presso il padre, e le sue disposizioni sono indubbiamente generose nei confronti della madre, in quanto dispongono che "...gli stessi (i bambini) siano collocati – in attesa dell’esecuzione del rientro in Germania, in idonea comunità educativa, il cui indirizzo dovrà essere mantenuto riservato, attivando un immediato sostegno psicologico per i due minori, ed una regolamentazione paritaria del diritto di visita dei due genitori...". In pratica, i giudici Zevola, Villa, Maggi e Deliberto hanno predisposto una sentenza "propedeutica" ad una salvaguardia del ruolo materno, prevedendo una fase di transizione che, formalmente utile ai bambini per riprendere la relazione affettiva con il padre, nei fatti consentirà anche una presenza effettiva e duratura della madre in suolo italiano. Sappiamo bene infatti, che queste attività di recupero della genitorialità possono durare anche degli anni. Difficilmente, pertanto, i minori faranno ritorno in Germania, almeno non nell'immediato futuro.

Per quanto riguarda le motivazioni della sentenza, rinviamo al testo integrale del decreto. Ecco i passaggi della vicenda, così come descritti nel provvedimento:
d) I fatti oggetti del provvedimento - (...) Si ritiene necessario ricostruire, alla luce della documentazione offerta dalle parti e dell’istruttoria svolta nell’udienza di rinvio, le vicende in esame seguendone l’ordine cronologico.
1. i genitori dei minori si sono sposati il 17.6.1997 e la convivenza si è protratta fino al febbraio 2007 quando prendevano un accordo libero relativamente all’esercizio del diritto di visita (con fine settimana alternati con pernottamento anche presso l’abitazione del padre). In realtà ben presto si sono manifestate delle difficoltà ed il 23.5.20074 doveva intervenire una prima pronuncia del Tribunale di Monaco di Baviera su ricorso del padre che disciplinava il diritto di visita per le vacanze di Pentecoste (26- 29 maggio 2007) prevedendo che in tali giorni i due minori stessero con il padre pernottando a casa sua. Nella motivazione si dà atto che la madre aveva tentato, con una lettera, di «accorciare di un giorno la durata della visita rispetto a quanto concordato». Si riferisce che la madre sosteneva che L. non voleva dormire dal padre ma il tribunale riteneva che ciò dipendesse dall’interruzione dei rapporti avvenuta per un mese consecutivo. Quanto a N. lo stesso pareva (dalle indagini dei servizi sociali) influenzato dal fratello. Si dava atto dell’importanza della frequentazione del padre, del desiderio del padre di trascorrere con i figli la “prima comunione di L.” evidenziando come per l’ordinamento tedesco (si cita una sentenza della Corte Costituzionale) l’esclusione dei pernottamenti per bambini che hanno più di tre anni, costituisca una limitazione della potestà e che era necessario procedere all’ascolto dei minori dopo aver consentito una regolare frequentazione («i bambini devono essere nuovamente ascoltati durante il contatto con il padre»). Il 21.5.2007 il Tribunale di Monaco disponeva invece che il padre fornisse le informazioni necessarie circa i propri redditi relativi agli ultimi 3 anni;

2. con decreto 30 maggio 2007 il Tribunale di Monaco limitava la potestà di entrambi i genitori nominando un curatore speciale che regolamentasse il diritto di visita, dava una prima disciplina (con pernottamento), vietava alla madre di avvicinarsi a meno di 100 metri dall’appartamento del padre durante il periodo di visita (si fa riferimento ad un episodio avvenuto il 26.5.2007), disponeva una perizia psicologico famigliare. Nella motivazione si dava atto del “fallimento” del precedente decreto e di come entrambi i genitori non fossero in grado di esercitare in maniera responsabile i loro doveri anche per le discussioni che avvenivano in presenza dei bambini. Poco dopo il curatore speciale stilava un calendario (dal 30.6.1007 al 19.12.2008) nel quale fissava le visite dei minori al padre: 57 visite, comprensive sia di fine settimana (tendenzialmente alternati e con pernottamento) sia di visite infrasettimanali e di periodi di vacanza (dal 10 al 28 agosto 2007, dal 1 all’8 settembre 2007 nonchè in altri periodi quali Natale e Pasqua, vacanze di pentecoste). Quanto all’estate del 2008 si prevedeva che i minori stessero con il padre dal 23 agosto al 14 settembre 2008 dopo essere stati con la madre dal 23 luglio al 23 agosto;

3. il 25.6.2007 la Pretura di Monaco deliberava che il R. era obbligato a pagare, da aprile 2007 gli alimenti per i minori (rispettivamente 257 e 199 euro) non ritenendo esaustiva la dichiarazione del padre di aver soddisfatto in precedenza tali obblighi versando le somme sul conto comune. 

4. Il 27.11.2007 il «Kreisjugendamt» (corrispondenti ai nostri servizi sociali ma, parrebbe, non dipendente dall’ente locale e quindi maggiormente somigliante all’USSM che dipende dal nostro dipartimento per la giustizia minorile) rilasciava un primo parere socialpedagogico8 con il quale si concordava con il parere del perito. Si riteneva adeguato un regime che prevedesse fine settimana alternati con pernottamento per entrambi e una visita infrasettimanale solo per L.. Sia i servizi, che il perito ritenevano che entrambi i minori avessero un buon rapporto con il padre e che «il padre abbia buone capacità educative e di sviluppo». Vi era però un permanente conflitto tra i genitori ed il Tribunale riteneva necessario supportare i genitori con una consulenza;

5. il 21.1.2008 la madre depositava istanza per consentire di trasferire con provvedimento d’urgenza l’esclusivo diritto di determinare la dimora per entrambi i figli e tale istanza è stata rigettata con decreto 19.6.2008. La difesa R. ha allegato anche il verbale di udienza durante la quale i giudici tedeschi hanno proceduto all’ascolto dei minori. Nel decreto si ribadisce che la potestà genitoriale era “congiunta”, che la madre si voleva trasferire perché «le sarebbe stato offerto un posto di lavoro a Milano a partire dal giugno 2008 con uno stipendio lordo annuale di € 100.000», che il R. non le pagava il mantenimento. Il padre era contrario evidenziando che la madre parla 6 lingue e avrebbe trovato facilmente un nuovo lavoro e che i bambini sarebbero stati sradicati dal loro contesto di vita. Il Tribunale ha rigettato l’istanza della madre richiamando (sul punto si ritornerà in seguito) le dichiarazioni dei minori e le valutazioni del perito che consigliava di «rimandare il trasloco di un anno e di rendere più intenso il contatto con il padre». Evidenziava il tribunale come la madre non avesse documentato né la ricerca infruttuosa di un lavoro in Germania e di come il trasferimento in Italia avrebbe potuto pregiudicare il consolidamento del rapporto che si stava faticosamente costruendo con il padre (nella traduzione si riferisce che ancora non si era potuto «instaurare un buon rapporto»);

6. anche nel successivo processo d’appello avverso la citata decisione venivano sentiti all’udienza del 4.8.2008 i minori e i genitori (in tale occasione al madre dichiarava che se si fosse trasferita a Milano avrebbe portato i figli a Monaco 1 volta al mese), mentre il 2.9.200815 venivano sentiti dapprima i genitori, poi il perito. Con decreto 3-5.9.200816 il reclamo della madre veniva respinto. La corte d’appello evidenziava come la dichiarazione relativa al licenziamento ed ai motivi professionali che dettavano la necessità del trasferimento non fossero convincenti;

7. tra il 14.9.2008 e il 15.9.2008, al termine delle vacanze estive, la madre portava entrambi i bambini in luogo sconosciuto ed in seguito in Italia ove li iscriveva alla scuola elementare

8. il 16.9.2008 il padre avanzava istanza di rimpatrio;

9. il 17.9.201018 la Pretura di Monaco, in via d’urgenza, trasferiva in capo al padre il diritto di determinare la dimora di entrambi i figli vietando alla madre di asportare abbigliamento, oggetti personali e oggetti personali del bambini dalla casa di Taufekirchen e di portarli in Italia; In effetti nel verbale di udienza 2.9.2010 la C. era stata molto confusa e imprecisa e non risulta dalla lettura del verbale e del decreto (che sottolinea tale aspetto) che sia stato depositato alcun documento sull’intimato licenziamento o su una non meglio precisata causa di lavoro. Nel fascicolo odierno è stata invece depositato una copia del contratto di assunzione tra la madre e la SML 4.2.2008 (cfr doc 2 fasc C.) senza allegata traduzione giurata (sono state tradotte solo alcune righe a pagina 2 relativamente alla necessità di un trasferimento ad altra sede entro il giugno 2008). Anche nella presente causa – nonostante quanto affermato a pagina 4 del ricorso per riassunzione 14.9.2010, non è stato depositato alcun atto di licenziamento.

10. il 24.9.2008 veniva emesso un mandato d’arresto europeo per la sottrazione dei minori. La madre veniva arrestata a Milano il 27.10.201020 e la Corte d’appello, il giorno stesso, convalidava l’arresto applicando la misura dell’obbligo di presentazione

11. nel settembre 2008 la C. iscriveva i figli a scuola a Milano

12. il 12.11.2008 il PM presso il Tribunale per i Minorenni di Milano depositava ricorso ex art 7 l. 64/94;

13. il 20.11.2008 la Pretura di Monaco, su ricorso della madre, rigettava l’istanza di modifica dell’ordinanza 17.9.2008 con la quale si riteneva che per i minori l’unica soluzione trasferire in capo al padre la scelta della dimora;

14. il 10.12.2008 il tribunale per i Minorenni di Milano ha accolto l’istanza di rimpatrio dei minori;

15. il 19.12.2008 la Corte d’appello di Monaco rigettava il reclamo proposto dalla C. avverso il decreto 20.11.2088 della Pretura di Monaco, confermando il trasferimento in capo al padre del diritto di determinare la dimora di entrambi i figli. Nella sentenza si riserva alla fase di merito una decisione circa la concreta futura residenza dei bambini «solo dopo un chiarimento scrupoloso e coscienzioso» di tutte le circostanza connesse al diritto di affidamento, evidenziando che fino ad allora i Tribunali «non possono tollerare che una delle parti arbitrariamente forzi le decisioni a suo favore». Alla decisione è allegata relazione del Kreisjugendamt 19.12.2008 nella quale si sottolineava nelle conclusioni la necessità per i minori di mantenere comunque i rapporti con la madre anche se vi era la fondata ragione di temere un nuovo rapimento non parendo la madre disposta a accettare le altrui decisioni;

16. il 16.2.200930 con provvedimento di urgenza la Pretura di Monaco di Baviera trasferiva l’affidamento del diritto di determinare la residenza i minori in favore del padre. Si sottolineava nel provvedimento che la madre stava tenendo nascosti i figli dopo che in Italia era stato emesso il provvedimento da parte del TM e ciò «contrasta in maniera grave con il bene dei figli» ed anche se i figli fossero tornati a breve in Germania «attualmente non è possibile l’esercizio congiunto» e quindi si doveva trasferire al padre la potestà genitoriale;

17. nel marzo 2009 si sviluppano delle trattative tra le parti per definire stragiudizialmente la vicenda ma senza esito se non che il padre si rendeva disponibile a ritirare le querele e la madre a agevolare le visite

18. l’8.5.2009 i minori venivano prelevati dalla scuola e condotti in Germania;

19. il 19.5.2009 la Corte di Cassazione accoglieva con rinvio il ricorso proposto dalla madre;

20. il 19.6.2009 il Tribunale di Monaco emetteva un ordine di protezione che vietava alla madre di avvicinarsi a meno di 200 metri dai luoghi abitualmente frequentati dai minori

21. il 15.2.201033 la madre veniva obbligata a contribuire al mantenimento dei minori (334 e 272 euro). Per tale provvedimento è stato emesso anche il relativo certificato previsto dal regolamento CE 44/200134

22. il 19.2.2010 la madre si recava in Germania e sottraeva una seconda volta i minori prelevandoli all’esterno di una biblioteca e portandoli in località tuttora ignota (all’udienza odierna ha riferito di averli condotti in Polonia);

23. il 6.5.2010 il Pretore di Monaco emetteva sentenza definitiva relativamente alla responsabilità genitoriale che veniva affidata al padre. Si dà atto in tale sentenza che «dopo il rientro in Germania dei bambini si riambientavano bene presso il padre. N. frequentava la prima elementare e nonostante l’anno scolastico fosse già iniziato, riusciva a passare in seconda, L., che si trovava nel primo anno di ginnasio, dopo il cambio dell’anno scolastico ripeteva la quinta. Durante il periodo in cui i bambini abitavano con il padre, avevano regolari contatti telefonici con la madre. Alla madre non era possibile recarsi in Germania per il diritto di visita, in quanto pendeva un ordine di arresto nei suoi confronti. Da parte del padre dei bambini venivano però fatte diverse proposte di incontro all’estero, che non avevano però luogo. Dopo che agli inizi di febbraio 2010 l’ordine di arresto contro la madre veniva revocato, la madre dei bambini si recava in Germania e rapiva nuovamente i bambini il 19.2.2010». Tali comportamenti vengono severamente censurati e per tali ragioni la potestà veniva affidata esclusivamente al padre;

24. il 6.5.201037 il Pretore di Monaco emetteva altresì una “sentenza parziale, contumaciale e definitiva” con la quale è stato sciolto il matrimonio con conseguente assunzione di decisioni di natura patrimoniale (aspettative pensionistiche e regime patrimoniale). Anche tale decisione è munita del certificato CE 2201/2003

25. il 23.7.201039 la Pretura di Monaco di Baviera ha dichiarato l’illiceità del trasferimento dei minori effettuato il 19.2.2010, ai sensi dell’art 3 della Convenzione Aja 25.10.1980;

26. il 7.10.201040 la Pretura di Monaco di Baviera ha dichiarato l’illiceità del trasferimento dei minori effettuato il 14/15.9.2008, ai sensi dell’art 3 della Convenzione Aja 25.10.1980;

Fonte: adiantum.it - fonte decreto: http://www.avvocatoandreani.it/notizie-giuridiche/visualizza.asp?tribunale-per-minorenni-di-milano-sottrazione-internazionale-di-minori-ed-effettivita-dell-esercizio-dell-affidamento-e3af6f2a5697c758f68ab8c2e7f56b2c

Costringe sorella 17enne a prostituirsi, arrestata novarese

Sorella e marito complice erano scappati in Spagna

(ANSA) - NOVARA, 21 GEN - Costringeva, d'accordo con il marito, la sorella diciassettenne a prostituirsi nelle vie di Milano e le aveva dato un passaporto falso da cui risultava che aveva gia' raggiunto la maggiore eta'. E' l'accusa rivolta a una novarese di 28 anni e un albanese arrestati dalla polizia di Torino con l'aiuto della Dda di Torino e dell'Interpol. Sorella e marito della minorenne, intuito il pericolo di essere scoperti, erano fuggiti in Spagna dove il loro rifugio e' stato scoperto, ad Almeria.(ANSA).

giovedì 20 gennaio 2011

USA, CLINICA ORRORE: NEONATI UCCISI A FORBICIATE

PHILADELPHIA - Orrore negli Stati Uniti per i macabri delitti avvenuti in una clinica di Philadelphia. 

Il dottor Kermit Gosnell, nella struttura 'sanitaria' in cui operava, ha fatto abortire donne incinte (soprattutto immigrate, minorenni e povere) in modo illegale, provocando la morte di una di esse, la 41enne Karnamaya Mongar, e quella di sette bambini nati vivi. 

L'aborto 'dopo la nascita' avveniva uccidendo le creature in modo atroce, a forbiciate. 

Il dottore lavorava di notte dopo che il suo staff aveva somministrato sostanze chimiche alle donne per indurre il parto durante il giorno. 

Il medico killer è stato arrestato: il blitz delle forze dell’ordine ha fermato Gosnell, la cui clinica femminile è stata chiusa e la cui licenza medica è stata sospesa. 

Gosnell e quattro lavoratori sono accusati di omicidio, mentre altri cinque di violazione delle leggi del farmaco e altri reati. 

[Fonte leggo.it]

Tradimento e libertà. Cosa significa "tradire"?

Quando sentiamo la parola "tradimento", pensiamo subito all'adulterio  Nella nostra cultura infarcita di cattolicesimo di facciata, la slealtà più importante sembra essere quella sessuale tra due partner. 

In realtà il Tradimento con la T maiuscola fu quello di Giuda  nei confronti di Gesù e non aveva nulla di sessuale. Ma le religioni sono un noto collante sociale e vengono sempre usate per far rispettare regole di convivenza utili al mantenimento di un certo status quo, in cui la fedeltà sessuale è una parte importante perchè, soprattutto nel passato, quando non esisteva la prova del Dna , era l'unico modo per garantire l'autenticità delle paternità. 

Detto questo, allarghiamo il significato della parola tradimento . Tradire significa non rispettare gli impegni  importanti presi verso un'altra persona, farlo in modo ambiguo e non chiaramente dichiarato , non rispettare l'altro e mortificarne la dignità. In questo senso il tradimento sessuale diventa una sottospecie e solo nel caso in cui la dignità dell'altro sia davvero ferita, cioè quando al tradimento si somma il disprezzo, il sarcasmo,lo svilimento del partner.

E' tradimento quando siamo sleali verso le persone che fanno affidamento su di noi, per le quali il nostro affetto e la nostra affidabilità sono fondamentali per essere sereni. E queste persone sono i nostri figli, i nostri coniugi e compagni (sesso a parte) ,i nostri genitori, i nostri amici e le persone che dipendono da noi.
Verso gli amici ed i genitori, in condizioni normali, noi dobbiamo equilibrare lealtà e libertà. Dobbiamo rispettare gli impegni ma riservarci ampie aree di libertà. Amici veri e  genitori aperti sapranno comprendere i nostri ritmi.

Non siamo tenuti a dare sempre a tutti quello che si aspettano poichè le aspettative possono essere troppo alte per noi. Ma è meglio trovare un equilibrio che non deluda troppo nessuno e non ci privi della nostra libertà ed è meglio impostare questo equilibrio in modo che duri nel tempo. Ad esempio ,posso non sentirmela di andare a trovare i miei genitori tutti i week end e sono loro, se se lo aspettano ,a sbagliare . Devo chiarire i miei ritmi , salvaguardare la mia libertà ma non esagerare nell'altro senso, cioè non farmi sentire nè vedere per troppo tempo. Promettere e non mantenere sarebbe tradire gli impegni, promettere il giusto e non di più e mantenere è la cosa equilibrata da fare. Naturalmente , in condizioni problematiche la cosa cambia: amici o genitori malati o bisognosi richiedono uno sforzo in più.

Le altre persone che dipendono da noi, i nostri dipendenti , collaboratori o allievi, ad esempio, hanno diritto ad un comportamento chiaro e leale,senza giochi di sottobanco . Se non riusciamo a mantenere gli impegni presi per cause non dipendenti dalla nostra volontà o perchè abbiamo cambiato idea in modo qualificato, dobbiamo parlarne , assumerci le nostre responsabilità, mettere in conto un pò di rancore ma saper di avere fatto il possibile per non creare ai nostri interlocutori problemi gravi.

E riguardo alla nostra famiglia? Rispettare gli impegni di assistenza, aiuto e solidarietà verso il proprio coniuge è doveroso  se il comportamento è reciproco.Essere leali e disponibili verso un coniuge irrispettoso non è obbligatorio , dipende dal nostro senso del dovere. In molti di questi casi è meglio limitare agli atti strettamente necessari e svincolarsi dall'obbligo di lealtà.

Con i figli è obbligatorio essere leali e rispettare gli impegni . Primo, perchè li renderemo più sereni e sicuri di sè , poi perchè  insegneremo loro la lealtà con l'esempio.Perchè saper essere leali è un valore ?
Perchè i buoni comportamenti favoriscono tutti , chi li attua , perchè si sente migliore, e chi li riceve perchè non deve perdere tempo a guardarsi da mille nemici. Naturalmente il mondo , adesso, non gira così, spesso gli sleali vengono premiati dal destino, ma aspirare a valori alti permette di evolvere ed è necessario per uscire dalla palude della corruzione e dell'ipocrisia.

Restringendo il campo, essere leali con i figli, rispettare al massimo gli impegni verso di loro e sacrificare a loro parte della nostra libertà è una chiave importantissima per conquistarne la fiducia, la stima e , non ultimo, la gratitudine .

Se saremo leali con loro e non tradiremo la loro fiducia, il nostro rapporto si conserverà buono e forte nel tempo e questo è una ricchezza imperdibile per loro e per noi.E ciò significa capire i loro bisogni, promettere interesse, aiuto e assistenza, fornirla secondo le nostre possibilità oggettive e non mancare a questi impegni anche se siamo stanchi o stimolati da altre cose.

Fonte: genitoriprofessionisti.it

mercoledì 19 gennaio 2011

La PAS: Violenza e Rivalsa - di Elvia Ficarra*

Separazioni e divorzi sempre più frequenti sottopongono le famiglie a traumatiche destrutturazioni. Si è affacciato da poco nella letteratura psicologica italiana il parametro concettuale della Sindrome di Alienazione Genitoriale (Parental Alienation Syndrome - PAS), così definita dallo psicologo forense Richard Gardner, della Columbia University di New York, all’inizio degli anni Ottanta. 

Si definisce come una patologia relazionale la cui principale manifestazione è la campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente fino al suo rifiuto , a seguito dell’indottrinamento dell’altro genitore. La PAS è il risultato della combinazione di una “programmazione” effettuata dal genitore alienante e dal contributo offerto dal figlio, per escludere il genitore bersaglio dalla propria vita.

Quando la separazione dà luogo ad aspri conflitti non governati, i figli divengono oggetto di contesa e/o di ricatto, armi per ferire l’altro coniuge o per mostrare la propria superiorità. Il genitore alienante coinvolge il figlio, lo utilizza come confidente ed attua comportamenti finalizzati a separarlo dall’altro genitore; lo rende complice per rafforzare quanto più possibile il legame esclusivo.

Questo genitore è una persona vulnerabile, immatura e dipendente dall’accettazione degli altri ; il rapporto che instaura con il figlio è centrato sulla dipendenza, sulla genitorializzazione piuttosto che sulla spinta verso l’autonomia e la crescita di questi. La genitorializzazione implica una distorsione soggettiva del rapporto come se il figlio fosse il proprio genitore, invertendo così il potenziale generazionale. Tale dinamica è alla base di configurazioni relazionali patogene.
 
I figli non assistono passivamente, ma si inseriscono e spesso si schierano nella conflittualità familiare. Un fattore centrale del contributo del bambino alla manifestazione della sindrome è l’acquisizione di potere, attribuito dal genitore indottrinante nel contesto della campagna di denigrazione contro il genitore alienato. Appoggiando automaticamente il genitore percepito come il più potente, i figli si identificano con l’aggressore: attuano così un meccanismo di difesa da eventuali punizioni come quelle inflitte al genitore vittimizzato. Se dimostrassero affetto verso il genitore bersaglio essi stessi correrebbero il rischio di ritorsioni, quanto meno la perdita dell’affetto di quello alienante.

Come sostiene Gardner: “il programmatore scrive il copione e il bambino lo recita” (Gardner, 2002). Le madri risultano essere genitori alienanti in numero massiccio rispetto ai padri.

Ma da dove origina tale comportamento? Una decina di anni addietro fece scalpore una sentenza penale che condannava un genitore ad un anno e mezzo di reclusione, oltre al risarcimento dei danni all’ex coniuge. Il padre, affidatario di due figlie minori che rifiutavano qualunque relazione con la madre, veniva così sanzionato per non aver educato le bambine a sentimenti positivi nei confronti di quest’ultima. La sentenza evidenziava quindi le omissioni paterne, evitando accuratamente di riportare azioni negative orientate a condizionare il comportamento delle figlie; azioni e comportamenti che sarebbero rientrati nel quadro indicativo di alienazione parentale. Una decisione in tal senso avrebbe infatti legittimato una sintomatologia che, seppur criticata in alcuni ambienti scientifici, iniziava ad affermarsi negli USA quale metodo di valutazione nei troppi casi di rifiuto parentale dei figli a seguito di divorzio dei genitori. Ed avrebbe creato un precedente giurisprudenziale da applicare indistintamente nei successivi procedimenti similari.

Lo scalpore derivava dal fatto che per la prima volta assurgeva ad oggetto di dibattito il diritto dei minori a mantenere un costante e significativo rapporto col genitore non convivente. Ma molto di più dal fatto che ad essere sanzionato anche penalmente fosse un padre.
Al tempo vigeva l’affido esclusivo dei figli, di cui era titolare la madre in percentuale bulgara, fatta eccezione per casi estremi: droga, alcolismo, detenzione, abbandono familiare, gravi malattie, decesso post separazione. Tant’è che un esercito di padri separati, già organizzati in attivissime associazioni, reclamava a gran voce una modifica legislativa della prassi, lamentando lo status di vittime dell’alienazione parentale per se stessi e per i propri figli.

Possibile quindi che una sentenza così esemplare, di tale portata innovativa, andasse a colpire proprio nell’esigua pattuglia dei padri affidatari ?

I media, tramite zelanti opinionisti arruolati nella battaglia antipaterna, si affrettarono a rassicurare le madri affidatarie circa l’immunità giudiziaria, essendo l’agire materno – pur se alienante e violento – comunque finalizzato al benessere della prole. Infatti, quasi contemporaneamente, si determinò con sentenza un principio totalmente contradditorio: era diritto del figlio minore – in questo caso affidato alla madre – rifiutare il padre antipatico. L’origine della presunta antipatia veniva ovviamente addebitata al comportamento paterno.
Siffatta schizofrenia rivela che il conclamato diritto del minore altro non è che un contenitore da cui estrarre ciò che serve a soddisfare l’interesse di un adulto e penalizzare l’altro. Un vincente contro un perdente, che nella coppia genitoriale in conflitto si configurano perlopiù nella figura materna contro quella paterna.

In base alle regole del procedimento giudiziario, il minore è una somma di diritti e doveri da ripartire fra due antagonisti, i genitori appunto che se lo contendono legittimati a tale gioco. Dunque la conflittualità di coppia, che dovrebbe trovare soluzione nel procedimento legale, viene invece amplificata dalla conflittualità implicita nel procedimento stesso, la cui prassi è fondata necessariamente sull’antagonismo delle posizioni. Tale prassi, mistificante ed espulsiva, tende ad inquadrare un unico colpevole su cui scaricare le responsabilità di tutto un sistema. Un capro espiatorio, la cui formazione è un meccanismo sociale ben conosciuto.

La conflittualità della coppia genitoriale e le ripercussioni negative sui figli costituiscono una indispensabile ragione d’essere, materia prima da sfruttare per mantenere alta la redditività del business e la capillarità del controllo sociale. Se questa si risolvesse in un autentico accordo di collaborazione tra le parti, verrebbero a mancare lucrosi guadagni, sia in termini economici che di potere, per tutte le figure professionali che ruotano intorno.

La cultura dominante, con le sue campagne mediatiche di criminalizzazione, ha già provveduto all’eliminazione del simbolico paterno quale canale di trasmissione di regole e valori che aiutano il figlio a maturare e responsabilizzarsi. Ciò è frutto di una necessità funzionale alle società avanzate e va di pari passo con il dettato femminista di destrutturazione familiare, a sua volta strumentale alla globalizzazione dei mercati, dei prodotti, degli stili di vita. Dove la famiglia - comunque formata ma priva al suo interno di solidi ed efficaci legami relazionali – è ridotta a pura cellula consumista di beni e servizi.

Il Sistema Separazioni e Tutela del Minore - con il suo apparato socio-medico-giudiziario - è espressione di questa cultura. In troppi casi le strategie giuridiche sembrano ispirarsi ad una sorta di settarismo matri-bambinocentrico, che delegittimando la figura paterna opera la svalorizzazione dei principi normativi socialmente condivisibili. Espelle il padre dal suo ruolo protettivo-educativo-formativo e garantisce la diade madre-figlio indebolita, quindi più facilmente suggestionabile e manipolabile a livello di soddisfazione di bisogni indotti.

L’istituto di affidamento/collocazione del figlio ratifica automaticamente la presunta superiorità e competenza genitoriale, e di conseguenza la percezione di un torto subito ad opera del ex partner, perdente poiché negativo e colpevole. A questi aspetti è particolarmente sensibile e reattiva la struttura psichica femminile. La nuova unità che va a sostituire la precedente cellula familiare è costituita da un genitore e suo figlio, ma al tempo stesso da un ex partner e il suo bisogno di riparazione/vendetta. All’unione coniugale subentra il vincolo dell’odio. Da qui a danneggiare l’altro con tutti i mezzi possibili quale rivendicazione aggiuntiva di giustizia, il passo è breve.

Quando si strappa un genitore ad un figlio lo si depreda di una parte fondamentale della sua identità, della sua storia evolutiva. E questa è violenza. Quando si sottrae un figlio ad un genitore si sopprime quella parte fondante della sua individualità che si è formata nel momento in cui è diventato qualcosa che prima non esisteva. La sua individualità è mutata, arricchendosi di un’identità genitoriale. Impedirgli di essere genitore equivale a sopprimere un aspetto vitale di sé, essenziale per continuare a dare un senso alla vita. E questa è vendetta. La PAS concretizza entrambe le cose. Non è direttamente ascrivibile alla conflittualità tra gli esseri umani, di cui permea la vita quotidiana con varie gradazioni. Ma all’ apparato di intervento giudiziario, ed ancor più all’ Ordine socio-culturale che la alimenta e ne sollecita la distorsione in vittimismo risarcitorio.

E’ veramente risarcitorio? Quando un bambino è costretto a negare un genitore non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente. La privazione di una figura genitoriale arresta il processo di identificazione-differenziazione su cui si basa il suo sviluppo e la sua maturazione. In particolare la demolizione della figura paterna - cioè della norma anche morale, progressivamente sostituita da dispositivi giudiziari e regolamenti burocratici - rende i figli prigionieri di una infanzia perenne: incapaci di autonomia, inadeguati a reggere il peso di rinunce e sconfitte, alla ricerca sterile e narcisistica di approvazione dei pari, appiattiti sulla “massa” che assume in modo totalitario il ruolo di guida lasciato vacante. Educati dalla televisione, dal web, dallo shopping center, questi figli intendono la vita come un tempo esclusivamente devoluto al divertimento, al piacere, al facile consumo. Disinibiti su tutto, crescono invece inibiti al rispettto del prossimo, delle istituzioni, alla capacità di pensiero ed immaginazione, rimpiccioliti in senso morale, civico ed estetico. Le femmine inoltre sviluppano profonda insicurezza, bassa autostima e fragilità psicologica, che si manifestano con comportamenti lesionisti (anoressia, bulimia) o sessualmente provocatori. L’autostima non si struttura sull’apprezzamento degli adulti di riferimento, ma sul consumo di mode e prodotti legati ad immagini e marchi di successo sollecitato dai media.

Il soddisfacimento istantaneo dei desideri prevale sulle responsabilità verso se stessi e di fronte al mondo. Indeboliti e fragili, tesi ad esternare la propria aggressività solo in senso distruttivo, i figli della PAS vengono fatalmente consegnati alle variegate forme di disagio. Per essere presi in carico – ovvero continuare a dipendere - dalle mille terapie e tecniche consolatorie, a loro volta funzionali alla società consumistica ed al controllo burocratico. 
La generazione affetta da PAS cresce non solo senza un padre, ma anche con l'evidenza che è il conflitto a decidere chi comanda; che un genitore può estromettere l’altro da ogni contatto e decisione, eludendo impunemente l’esercizio degli altrui diritti. Apprende precocemente la delegittimazione della giustizia e il disvalore della legalità. Consapevole di essere usata come strumento nel conflitto ad oltranza, agisce poi lo stesso comportamento ricattatorio, estorsivo e manipolante di cui è stata vittima e collusa. Nei confronti di chiunque, a cominciare dal genitore che ha fornito il modello e dei complici istituzionali poi (insegnanti, autorità, figure educative ecc..)

I genitori alienanti finiscono per diventare vittime di se stessi, incapaci di emanciparsi dalla trappola di solitudine, depressione, nevrosi ossessiva, conflittualità permanente, anaffettività e attaccamento patologico ai figli, nella quale sono imprigionati. Dopo aver investito infinite energia nella guerra contro l’altro genitore, esauriti abdicano il proprio ruolo. Non ce la fanno a sopportare l’intero carico educativo di cui si sono voluti appropriare: il compito di impartire linee-guida ai figli è invalidato alla base dal cattivo esempio loro somministrato. In bilico tra il sentore del proprio fallimento e la sistematica colpevolizzazione del capro espiatorio, si ritrovano psichicamente non attrezzati ad affrontare i disagi dei figli. Li negano oppure tollerano con noncuranza le conseguenze: sballo e devianza vengono derubricati a ragazzate. La presunta iniziale vittoria si rivela alla lunga una lacerante sconfitta.

Il disastro è totale e la sofferenza infinita. Le Associazioni di genitori separati avevano previsto tutto. Hanno portato avanti per lustri – legislatura dopo legislatura - battaglie politiche ed amministrative orientate a modificare la prassi giudiziaria e l’impianto culturale che ne è alla base. L’esito fu il varo della legge 54/2006 – cd dell’affido condiviso – che capovolge il concetto fino ad allora vigente: non più la tutela dell’interesse dell’adulto, ma l’interesse del bambino quale soggetto di diritti. Ed introduce il principio della Bigenitorialità (termine coniato dalla Gesef nel 1999) quale diritto inalienabile del minore al rapporto continuativo e significativo con entrambi i genitori, su cui si articolano le disposizioni inerenti le responsabilità genitoriali. Una rivoluzione: che – a distanza di cinque anni - quello stesso apparato giudiziario e quello stesso ordine socio-culturale che osteggiavano la riforma, hanno pervicacemente fatto fallire. Le macerie disseminate lungo il cammino fin qui fatto ci inducono a concludere che non c’è spazio, né volontà di applicazione, per ulteriori strategie legislative.  
Quale soluzione? La risposta sta arrivando da ben altri ambiti. La massiccia disgregazione familiare degli ultimi decenni e dei valori connessi, ha avuto l’esito – poco considerato – di esaurire le risorse capitalizzate dalle generazioni del precedente boom economico. La flessibilità lavorativa ormai affermata azzera il mito del “posto fisso”, mentre i costi abitativi sono quadruplicati. I giovani in procinto di sposarsi o diventare padri difficilmente risultano intestatari di un bene immobiliare/patrimoniale, sia per l’impossibilità di accedere al credito sia per la consapevolezza di perdere tutto in caso di separazione.  

Le famiglie separate del futuro imminente saranno ancora più povere, ed i loro figli più soli. L’assegno di mantenimento, da sempre principale rivendicazione/privilegio femminile – materno, sparirà dal vocabolario forense. Le future madri, quando decideranno di separarsi, dovranno contare solo su se stesse: lo Stato Sociale, finanziaria dopo finanziaria, non è più in grado di elargire benefici economici di genere.  I futuri padri, senza stipendio fisso, con occupazioni precarie, sprovvisti di proprietà, non saranno più ricattabili e certo non si affanneranno ad elemosinare la salvaguardia di un ruolo genitoriale in disuso. La nuova generazione maschile, cresciuta in ambienti governati perlopiù dal femminile (baby-sitter, educatrice, maestra, insegnante, pediatra, persino la catechista ecc.), è totalmente estranea al senso di colpa che ha marchiato la vita dei loro padri e dei loro nonni, sommersi dal piagnisteo femminista. Non si sentono affatto in debito nei confronti del genere femminile. Anzi.  
 
Depositaria di diritti indiscussi e paritetici, è estranea al senso del dovere e protezione che nella società patriarcale distingueva il ruolo maschile. Ha assimilato rapidamente come le azioni positive promosse dalla politica delle cosiddette “Pari Opportunità” altro non sono che una discriminazione contro il maschio, e reagisce di conseguenza. L’esperienza vissuta dai figli della separazione li ha già addestrati ad un sistema che, anziché valorizzare le responsabilità paterne ne disincentiva l’assunzione. 
 
Dopo essere stati vittime della PAS come figli, difficilmente saranno disposti a diventarlo come padri. L’esito a lunga scadenza della Pas è l’alienazione del sentimento di genitorialità nella nuova generazione, in particolare maschile. Cui si coniuga la crisi economica globale, che sta azzerando le ultime risorse disponibili ed i diritti/privilegi ritenuti acquisiti.
 
Paradossalmente saranno queste prospettive, di per sé drammatiche, a disinfestare il campo delle relazioni familiari dall’inquinamento ideologico-giudiziario che lo ha ridotto in macerie. Quello che verrà dopo resta un punto interrogativo: per la fiducia che nutriamo nelle capacità umane di riemergere dal baratro, noi riteniamo che sarà migliore.

* Elvia Ficarra, Responsabile Osservatorio Famiglie Separate della Gesef - Relazione Convegno AMI :“Orfani di genitori vivi: la Pas tra diritto e psicologia”
Roma, sala Protomoteca del Campidoglio, 14 gennaio 2011

Fonte: www.gesef.org - E. Ficarra