giovedì 25 novembre 2010

VIOLENZA DONNE - Dati allarmistici e fasulli: quando la statistica è al servizio dell'ideologia femminista e spinge ad odiare gli uomini

L’estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine «Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne» apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l’offesa all’emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un’altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.

Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi. Per esempio le seguenti:
  • «Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente»
  • «- Ha criticato o svalutato ciò che fate?»
  • «- Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?»
  • «- Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?»
  • «- Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?»
  • «- Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?»
Notate l’assoluta etereogenità di contenuti e varietà di pesi delle voci proposte.

Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli «insulti e minacce verbali», al «ricatto affettivo» e, sullo stesso piano delle «aggressioni fisiche» e dello «stupro e altre prestazioni sessuali forzate»!

Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.

È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un’osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?

Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?

* * * * *

Il testo riportato sopra è un estratto da «Fausse Route», 2003, pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo «La strada sbagliata», opera di Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica, non di un misogino integralista talebano.

Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale.
Da noi cosa accade? L’indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante: 31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT:

PRINCIPALI RISULTATI
Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata.
Ed ecco perché, in casi come questo, la statistica diventa al servizio dell’ideologia.

[Testo liberamente tratto da http://lindipendente.splinder.com/post/19780695/Violenze%20in%20Famiglia:%20quello%20c]

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