lunedì 27 settembre 2010

Piuttosto che affrontare la crisi, il governo Zapatero riscrive le fiabe

Qualcuno si ricorderà ancora quando Zapatero annunciò solennemente che la Spagna aveva superato il reddito pro-capite italiano o quando a New York affermò che il suo Paese aveva il sistema economico più solido del mondo. Non pochi avranno invidiato i nostri vicini e avranno pensato, almeno per un momento, di fare le valigie ed emigrare in quelle terre calde, accoglienti e fruttuose. Oggi, però, le cose sono cambiate, e molto. Sia il premier Zapatero che gli spagnoli in generale si trovano a dover fare i conti con la realtà e, sgonfiati dal celebre orgoglio nazionale, sperano che Bruxelles non apra nei confronti della Spagna una procedura come quella della Grecia. Nonostante la doccia fredda, però, il governo socialista prosegue imperterrito per la sua strada, senza mai fare un mea culpa e, ancora peggio, senza affrontare i veri problemi che stanno facendo affondare la barca spagnola.
La settimana scorsa, il Weekly Standard ha pubblicato un dettagliato articolo dal titolo "The Pain in Spain" (I mali spagnoli, ndt) che mette a nudo la politica economica spagnola degli ultimi 30 anni, da Franco a Zapatero, e definisce la Spagna nientemeno che “il Paese più pericoloso per il sistema economico occidentale”. Alla base delle affermazioni dell’autore Christopher Caldwell, i dati che sono da tempo sotto gli occhi di tutti: negli ultimi 18 mesi, il tasso di disoccupazione ufficiale è raddoppiato e ha raggiunto il 19 per cento, pari a 5 milioni di persone senza un lavoro. La crescita economica è passata da cifre paragonabili a quelle della Cina negli anni di Aznar a dati che fanno temere agli economisti il collasso spagnolo e, di conseguenza, il crollo dell’intera Eurozona. Non a caso, lo Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito del Banco de España dal gruppo 2 al 3, lo stesso in cui si trovano gli Stati Uniti.
Tra le altre cose, Caldwell afferma che Zapatero ha permesso all’apparato statale di crescere più velocemente rispetto all’economia ma non risparmia critiche per aver ritirato le truppe spagnole dall’Iraq nel giro di pochi mesi. La principale accusa però è quella che, invece di lottare contro la gravissima crisi, l’Esecutivo spagnolo abbia limitato il suo operato a “una manciata di riforme sociali che nessuno aveva chiesto” – dai matrimoni gay alle leggi che liberalizzano l’aborto (anche per minori senza il consenso dei genitori) ed il divorzio – o nelle lotta contro le reliquie del Franchismo sostenendo il magistrato giustizialista Baltasar Garzón.
Ma il governo non s’interessa delle critiche e guarda avanti. Anzi, loda le sue ultime iniziative politiche e si vanta d’essere “un riferimento per l’Europa intera”. Basta tenere in conto l’ultima delle trovate del ministro delle Pari Opportunità, Bibiana Aído, per capire di cosa stiamo parlando. La beniamina di Zapatero, non solo vuole introdurre la materia di “femminismo” nelle scuole ma ha anche deciso di far riscrivere le fiabe che hanno accompagnato generazioni intere nella crescita. La ragione? Perché le ritiene “maschiliste” e “denigranti per la donna”. Nel mirino, i classici come Biancaneve, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco. Nel progetto sono stati investiti “appena” qualche migliaia di euro per dar vita, per ora, a “La principessa differente”, il racconto della principessa Alba Aurora che scala montagne e fa camping in spiaggia e, quando il principe si presenta per salvarla da un orco malvagio, la giovane risponde: “Non ne conosco nessuno, ma se ci fosse uno in giro avrei trovato da sola il modo di liberarmene”. Alla fine, però, diventano buoni amici e viaggiano in Cina a bordo ella motocicletta (ovviamente quella di Alba Aurora).
A parte di investire sulle battaglie femministe, il governo Zapatero ha poi deciso di scommettere sulle rinnovabili, con un costo stimato di 10 miliardi all’anno nel 2020. Tra questi investimenti si distingue la ormai ribattezzata “supercar di Zapatero”: si tratta di un piano per immettere un milione di auto elettriche entro il 2015, al prezzo di almeno un miliardo di euro.  Si tratta dello stesso obiettivo prefissato nientemeno che dal presidente Obama che, a differenza del premier spagnolo, governa un Paese di 300 milioni di abitanti. Un progetto tanto ambizioso quanto utopistico.
Ma secondo l’articolo del Weekly Standard, il maggior peccato del governo è quello di sfuggire dalle sue responsabilità e di non essere capace di risolvere i principali “buchi neri” del suo sistema: il sistema bancario, il ricatto dei nazionalismi e la riforma del lavoro. In Spagna, le casse di risparmio – i principali colpevoli della bolla immobiliare – rappresentano circa il 50 per cento di tutto il sistema finanziario. Siccome a gestirle sono i governi regionali (si tratta di fondazioni per metà pubbliche e per metà private), nel tempo sono diventati degli strumenti del partito politico di turno al potere. Di conseguenza, negli ultimi anni sono stati fatti investimenti fallimentari (come nel caso della Comunidad de Castilla-La Mancha che non solo ha letteralmente costruito una città fantasma ma ha anche creato un aeroporto che è rimasto inutilizzato) che, però, rispondevano a interessi politici. Una pratica che, nel tempo, ha portato alla bancarotta di numerose casse di risparmio.
Per di più, il 20 per cento del debito pubblico non è neppure sotto il controllo del governo centrale. Quindi, se è vero che una Comunidad Autónoma (cioè la regione) può tagliare le spese per ridurre il deficit, i comuni – normalmente finanziati dai permessi edilizi e di tasse sulla proprietà – si trovano senza via di uscita (specialmente in un Paese dove attualmente ci sono un milione di abitazioni rimaste invendute!). In seguito alla minaccia di Moody’s di abbassare il rating del credito sovrano spagnolo, il governo ha deciso di investire più di 2 miliardi di euro per salvare 8 delle 45 cajas spagnole e ora pensa di dimezzarne il numero grazie ad un nuovo regolamento finanziario. Una mossa un po’ tardiva e che costerà la modica cifra di 48 miliardi di euro.
A complicare il quadro c’è il ricatto politico che attualmente le Regioni riescono ad esercitare su Zapatero e l’ambizione di riuscire a realizzare una necessaria riforma del lavoro. Arrivato al governo inaspettatamente, per essere riconfermato, il premier spagnolo è dovuto arrivare a patti non solo con le minoranze femministe, gay e anticlericali ma anche con le forze indipendentiste. Il leader socialista, che il prossimo anno affronterà le elezioni regionali, in questi mesi cerca di assicurare la continuità del proprio partito offrendo più denaro pubblico a cambio di una maggiore autonomia. In un clima di forte disappunto e di delusione, poi, portare a termine una modifica del sistema di licenziamento sembra proprio una mission impossible. In Spagna, infatti, il sistema di licenziamenti è ampiamente generoso: attualmente, per 2 anni viene pagato il 70 per cento dello stipendio finale e va diminuendo col tempo fino a raggiungere il 40 per cento. Se il lavoratore aveva un contratto a tempo indeterminato, poi, per licenziarlo senza giusta causa il datore di lavoro deve pagare 45 giorni di lavoro per anno lavorato.
Sebbene l’Esecutivo stia valutando la possibilità di abbassare a 33 i giorni di risarcimento per il licenziamento, il governo sa bene che riformare la politica di impieghi in questo momento di crisi porterebbe la gente in piazza (come hanno già fatto i sindacati dopo la proposta di aumentare a 67 l’età pensionabile) con il rischio di uno sciopero generale. E’ proprio quest’ultimo, secondo il Weekly Standard, il maggior incubo di Zapatero (che viene definito “un politico di sinistra per istinto con una visione manichea della Guerra Civil”) che vede nello sciopero generale "qualcosa che succede solo ai dittatori fascisti e agli altri nemici della classe operaia". Un paradosso troppo pesante per il premier più di sinistra dell’Europa occidentale.

[Fonte loccidentale.it 04 -2010]

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