mercoledì 29 settembre 2010

Donna denunciata per aver spaccato il naso alla cognata

LUCCA, 29 settembre - Ha spaccato il naso alla cognata ed è stata denunciata dalla squadra mobile di Lucca. Protagonista un'operaria rumena 35enne, residente in centro storico. La donna ha una cognata, sempre rumena e 29enne, che abita a San Vito, che ha sposato suo fratello. I rapporti tra le due non sono stati mai tranquilli, e le liti per questioni di invidia e gelosia erano frequenti.
Ad agosto il culmine della vicenda: mentre la 29enne rientrava a casa, in via Vecchia Pesciatina a San Vito si trovò a passare la cognata, con cui aveva avuto l' ennesimo diverbio solo alcuni giorni prima.
La donna, accostata l'auto, senza preavviso aggredì e malmenò l'odiata cognata, lasciandola con il naso sanguinante sul ciglio della strada. La 29enne venne soccorsa da due passanti, e fu costretta a ricorrere alle cure mediche del vicino Pronto soccorso, dove le diagnosticarono ecchimosi e tumefazioni al naso. Referto alla mano si recò in Questura per la querela.
La Squadra Mobile ha ricostruito la aggressione attraverso la audizione di testimoni dei fatti, denunciando la 35enne per il reato di lesioni personali. La medesima dopo il fatto si è resa irreperibile, abbandonando la sua abitazione in centro storico per una destinazione ignota destinazione.

[Fonte: loschermo.it]

Melanoma alla pelle: Master al Quarté Sàyal

Nei giorni 1 e 2 ottobre, ad Alghero presso la sala congressi del Quartè Sayal, si terrà un Master per medici e chirurghi, che affronterà queste tematiche 

ALGHERO - E’ il più temibile tumore maligno della pelle ed ha avuto negli ultimi decenni un aumento di incidenza superiore a quello di tutti gli altri tipi di tumore, ad eccezione del tumore del polmone nella donna. In Italia si registrano 7mila nuovi casi e 1.500 morti l’anno.

Tra le cause dell’incremento l’esposizione alle radiazioni ultraviolette meno schermate dall’atmosfera. I recenti progressi della ricerca hanno consentito di caratterizzare lo sviluppo del melanoma come un processo a tappe, associato ad accumulo di una serie di mutazioni genetiche.

Per combatterlo servono la diagnosi precoce, attraverso una migliore conoscenza dei fattori di rischio, e terapie “su misura” basate su analisi genetiche e molecolari nei tessuti malati. Nei giorni 1-2 ottobre, ad Alghero presso la sala congressi del Quartè Sayal (via Garibaldi, 87), si terrà un Master per medici e chirurghi, che affronterà queste tematiche.

Tale Master, promosso dall’Intergruppo Melanoma Italiano (Imi), ha lo scopo di fornire aggiornamenti sulle più avanzate ricerche scientifiche, diagnostiche e terapeutiche riguardanti il melanoma. La realizzazione di tale evento in maniera itinerante (in diverse sedi in Italia) sta infatti contribuendo a rendere più complete le conoscenze di questa patologia e più omogenea la gestione del paziente su tutto il territorio nazionale.

[Fonte:   alguer.it]

Il Viagra femminile: un business basato su un mito fasullo

Un libro denuncia la bufala che afferma come 4 donne su dieci abbiano uno scarso appetito sessuale. Su questo finto concetto le aziende guadagnano un sacco di soldi

Quattro donne si dieci soffrono di disturbi sessuali con una scarsa libido? A quanto pare, no. È solo un’invenzione delle aziende produttrici del cosiddetto viagra femminile e altri farmaci ad hoc.

A denunciarlo è un libro dal titolo  Sex, Lies And Pharmaceuticals: How Drug Companies Are Bankrolling The Next Big Condition For Women. E lo ha scritto Ray Moynihan, un giornalista esperto in salute che ha già pubblicato tre libri sul tema business sanitario.

«Fa tutto parte del loro intento di “espandere il pool di pazienti” con la creazione di mercati per i farmaci lifestyle sia per gli uomini e le donne», commenta al Daily, Moynihan.
Il fatto vergognoso, spiega ancora l’autore, è che le case farmaceutiche non si limitano più a vendere farmaci per determinate malattie, ma s’inventano nuovi disturbi a cui destinare nuovi presunti farmaci.

In questo modo, si spendono un sacco di soldi per educare i medici a riconoscere una fittizia disfunzione sessuale femminile, per poi prescrivere farmaci forti a donne che non ne hanno bisogno e che non ne trarrebbero comunque vantaggio. In più, questi stessi farmaci portano con sé numerosi effetti indesiderati e, quindi, anziché essere d’aiuto in realtà fanno male, aggiunge Moynihan.

L’autore basa i suoi giudizi anche in virtù di uno studio di dieci anni fa dove, pare, i dati acquisiti siano stati viziati da superficialità nell’analizzare le risposte delle donne coinvolte.  La ricerca, pubblicata a suo tempo sul Journal of American Medical Association, faceva riferimento a un sondaggio condotto su  3.000 americani con l’obiettivo di scoprire di più sulle loro abitudini sessuali per combattere la diffusione dell’AIDS.

Nel questionario era stato chiesto alle donne se avevano mai sofferto di difficoltà con il sesso, come la mancanza di interesse, l'ansia per le prestazioni o dolore per più di qualche mese, rispetto all’anno precedente. Qualsiasi donna che ha risposto sì a una sola delle domande è stata classificata come affetta da disfunzione sessuale.

Non c'era stato alcun tentativo di determinare la gravità del problema o se la donna era davvero stata turbata da esso», spiega Moynihan. E lo stesso autore dello studio ha dichiarato che la cifra è stata indebitamente utilizzata.
L’affermazione che il 43% delle donne soffre di un problema sessuale, Moynihan la definisce «uno dei miti medici più pervasivi, estremo e assurdo».

Le donne possono quindi stare tranquille se, a volte, può capitare di non avere voglia di fare sesso. D’altronde chi ne ha sempre voglia quando si è stanchi, stressati, oppressi da questa frenetica vita? Forse chi solo chi butta giù la magica pillola…
(lm&sdp)

[Fonte lastampa.it]

Brasile, 'presta' l'utero e partorisce la figlia di sua figlia

SAN PAOLO - Una donna ha dato alla luce in Brasile la figlia di sua figlia, una brasiliana sposata con un italiano. La donna di 59 anni, Eunice Martins, ha prestato il suo utero alla figlia Talita Andrade, di 32 anni, a cui era l'organo era stato asportato. Lo riferisce il network Globo online. La piccola Alice e' nata con taglio cesareo oggi in un ospedale di Ribeirao Preto, nello stato di San Paolo: pesa 2,28 kg ed e' lunga 45 centimetri. Neonata e nonna stanno benone. ''Ancora adesso non riesco a credere che sia successa una cosa come questa - ha detto il padre, l'italiano Guido Damiano, assicuratore, che non ha voluto svelare il luogo di provenienza - In Italia non e' mai accaduta una storia simile''. Con l'inseminazione artificiale, nell'utero della donna e' stato inserito l'ovulo della figlia fecondato dallo spermatozoo del marito. I due genitori, che vivono in Italia, hanno qui atteso che trascorressero i nove mesi della gestazione di ''Dona Eunice'', che ha passato tranquillamente la gravidanza nella sua casa di Franca, presso San Paolo. I due sono arrivati in Brasile da una settimana. ''E' meraviglioso - ha detto Talita dopo che questa mattina alle 11.32 locali e' nata Alice - Solo una madre poteva fare questo per noi. La mia mamma mi dato la vita due volte''. Il procedimento di ''bariga de aluguel'' (utero in affitto) e' permesso in Brasile solo quando c'e' vincolo affettivo fra la richiedente e la gestante, e se il tutto non presuppone un pagamento.

[Fonte ansa.it]

Litiga con la sorella e la sperona con la macchina: arrestata

Nella tarda mattinata di ieri, gli agenti della Volante, su indicazione della sala operativa sono intervenuti in via Cesare BATTISTI dove era stato segnalato un incidente stradale.
Sul posto i poliziotti hanno accertavato che una donna tarantina di 32 anni, dopo aver inseguito con la propria autovettura quella sulla quale viaggiavano la sorella ed altri due parenti, giunta quasi alla fine di via Cesare Battisti, la speronava violentemente spingendola verso il gard rail.
Dopo il violento impatto la donna, continuando nella sua violenta condotta, usciva dall’abitacolo della sua autovettura ed aggrediva violentemente sua sorella, stringendole le mani al collo mentre quest’ultima era intenta a prestare soccorso ad uno dei due suoi passeggeri rimasto ferito durante l’incidente.
Solo l’intervento di alcuni passanti, che riuscivano a dividere le due donne, fortunatamente scongiurava il peggio.
Gli agenti così, dopo aver accertato l’accaduto, conducevano le due donne negli uffici di via Palatucci, e dopo le formalità di rito traevano in arresto RANIERI Elvira per minacce violenza e lesioni aggravate.

[Fonte manduriaoggi.it]

Ragazza senza biglietto aggredisce la capotreno, denunciata

Viaggiava senza biglietto ed importunava i viaggiatori del regionale Firenze-Livorno chiedendo con insistenza l’elemosina. Per questo la capotreno l'aveva invitata a scendere

Firenze, 28 settembre 2010 - Ennesima violenza contro un capotreni. Viaggiava senza biglietto ed importunava i viaggiatori del treno regionale Firenze-Livorno chiedendo con insistenza l’elemosina.

Per questo la capotreno, ha invitato la ragazza, una rumena di 19 anni, a scendere alla stazione ferroviaria di Signa. Alla sua richiesta lei ha reagito strattonandola con violenza ed offendendola.

Dopo la denuncia sporta dalla vittima il 25 settembre scorso, gli agenti della Polfer di Santa Maria Novella hanno dato il via ad un serie di accertamenti e riscontri risalendo così all’identità della giovane. Nei suoi confronti è scattata la denuncia per oltraggio e violenza a Pubblico Ufficiale.

[Fonte lanazione.it]

martedì 28 settembre 2010

Muore aggredita da sciame di vespe

Una tranquilla passeggiata tra amiche si trasforma in tragedia nel Cagliaritano

CAGLIARI - Una tranquilla passeggiata tra amiche si e' trasformata in tragedia domenica sera nelle campagne di Teulada, sulla costa sud occidentale della Sardegna. Una donna di 58 anni, Gianna Cuccu, di Teulada (Cagliari) - come riportano oggi i due quotidiani sardi - e' stata punta dalle vespe ed e' morta per uno choc anafilattico.
 
La donna stava passeggiando insieme con una sorella e due amiche quando inavvertitamente ha messo un piede sopra un ciuffo d'erba ai margini di un sentiero. Sotto, pero', vi era un nido di vespe.
 
Lo sciame ha aggredito la donna, che e' stata punta in varie parte del corpo, mentre la sorella Rina e altre due amiche, anche esse raggiunte da alcune vespe, se la sono cavata con alcuni giorni di cure. La tragedia e' avventura in localita' Terre'e Teula, nei pressi di un agriturismo.
 
La sorella della vittima ha subito chiamato il 118 con il telefono cellulare, ma quando l'ambulanza e' arrivata sul posto per Gianna Cuccu non c'era piu' niente da fare. Il medico ha accertato che la donna e' morta per uno choc anafilattico in conseguenza di avvelenamento.

[Fonte ansa.it]

Quelle donne sull’orlo di una crisi di carriera

Donne sfruttate, donne stuprate, donne oscenamente discriminate: un argomento caro ai media e spesso anche all’arte. Stavolta tocca al teatro, e sotto i riflettori finiscono le donne che non fanno carriera, ovvero non quelle citate dal leghista Stracquadanio, ma quelle che in azienda stanno sempre con un passo indietro, impossibilitate ad avanzamenti verso posti di comando. Stavolta il colpevole non è necessariamente il maschio ma una serie di fattori ancestrali che il regista Marco Ghelardi questa sera porterà in scena al Piccolo Teatro Studio (ore 20, ingresso libero). La cosa curiosa è che lo spettacolo nasce in realtà una commissione affidata agli artisti proprio da un’azienda, ovvero dal network delle donne di Unicredit, banca che ha una lunga tradizione in fatto di mecenatismo. Le promotrici, Giulia Pedrazzi e Patrizia Troisi, sono partite da un dato raccolto sui dipendenti del gruppo, e cioè che se la presenza femminile rappresenta circa la metà del totale, solo l’8.5 per cento delle donne riesce ad accedere a ruoli di leadership. Protagonista dello spettacolo intitolato «La Scelta» (solo per oggi), è una giovane donna che incarna tutti i canoni della lavoratrice dei nostri tempi, divisa tra il desiderio di autoaffermazione, gli ideali della meritocrazia, il tempo da dedicare alla famiglia, la competizione con i colleghi uomini, eccetera. La pièce rappresenta l’incontro, forse in sogno, della nostra eroina metropolitana con tre pasionarie del mito, alla vigilia di una decisione importante: accettare l’offerta di una promozione, con tutti i rischi e le responsabilità che la scelta comporta? Oppure rimanere nel calduccio della mediocrità, ma nella certezza del posto fisso e di un orario di lavoro che permetta di fare la spesa o, chessò, andare a prendere i bambini a scuola? Comandare o non comandare, questo è il dilemma che, sottolinea il regista, spesso ha a che fare più con un antico sentimento di autocastrazione con limiti oggettivi. E allora Francesca, questo il nome della protagonista, nella sua notte più lunga ha la fortuna di essere visitata prima da «Eloisa», la monaca della famosa storia d’amore di Abelardo, poi da «Mina», la protagonista femminile di «Dracula» di Stoker e infine da Ljuba, una donna che ha vissuto in Unione Sovietica ai tempi di Stalin. Le tre illumineranno la nostra sul da farsi, vale a dire se accettare o meno la temuta nomina. Il finale è top secret, si fa per dire.

[Fonte ilcorriere.it]

lunedì 27 settembre 2010

VIA POMA, IL FIGLIO DI VANACORE IN TV: "PAPÀ INDOTTO AL SUICIDIO"

«Sicuramente è stato indotto al suicidio da questi vent'anni di martirio che ha dovuto sopportare». È quanto afferma in una intervista che andrà in onda questa sera a Matrix, Mario Vanacore, figlio di Pietrino, il portiere dello stabile di via Poma a lungo sospettato per il delitto di Simonetta Cesaroni, poi prosciolto, morto suicida il 9 marzo scorso. «Si indagava su altri - prosegue intervistato da Alessio Vinci - si accusavano altri ma Vanacore c'era sempre, non ce la faceva piu: sono qui per mio padre, quello che ha fatto lo ha fatto anche per difendere la famiglia, pensava di averci coinvolto involontariamente». Vanacore ha poi precisato cosa, secondo lui, ha spinto suo padre al gesto estremo. «Il fatto che avessero chiamato anche me a testimoniare al processo, lo ha fatto star male, ha influito molto su quello che ha fatto». Il figlio del portiere di via Poma, in merito al giallo della morte della Cesaroni, si dice sicuro che il padre «non sapesse niente». Vanacore nel corso dell'intervista ha ribadito quanto dichiarato in aula al processo che vede Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta, accusato di omicidio volontario. «Volponi è entrato, ha fatto un giro nella prima stanza senza accendere le luci, e ha detto «non c'è nessuno, non c'e nessuno». la mia matrigna ha detto: «guarda che l'ufficio è molto grande, guardi anche nelle altre stanze, e così è andato giù per il corridoio, a destra e dopo è tornato e ha detto: bastardo. Non so a chi si riferisse ma sono sicurissimo, ha detto bastardo». Quanto a Busco, Vanacore si augura «che non sia una povera vittima come è stato mio padre. Devo dire che non mi piace che scarichi su mio padre la colpa e dica ce si è portato sulla tomba qualcosa».

[Fonte leggo.it ]

MISE SUL WEB LA FOTO DELLA EX NUDA:SUICIDA 1 ANNO DOPO

Dodici mesi fa inviò a una ventina di indirizzi di posta elettronica una foto della ex fidanzata completamente nuda per vendicarsi di un tradimento. Indagato, sarebbe finito davanti a un giudice del Tribunale di Cremona, ma il processo non ci sarà: l'uomo che già davanti agli inquirenti si era profondamente pentito, lo scorso 31 luglio (ma la notizia si è appresa solo oggi) si è tolto la vita. Nei giorni scorsi, il certificato di morte è stato depositato alla procura della Repubblica di Cremona e il caso adesso sarà archiviato. «Il mio assistito era profondamente pentito per quello che aveva fatto e probabilmente non è riuscito a reggere il peso di un processo - afferma l'avvocato Monia Ferrari -. L'ultima volta che l'ho incontrato, questa estate, era molto turbato, ma l'avevo rassicurato sull'iter giudiziario che avrebbe dovuto affrontare. Non avrei mai immaginato che potesse giungere a commettere un simile gesto». «Ho inviato quell'unica foto per vendetta, in un momento d'ira e di rabbia. Non ero lucido, perché mi sono ubriacato. Ripensandoci, mi sono reso conto di aver commesso un gesto stupido. Sono pentito», disse un anno fa l'uomo, al quale gli investigatori risalirono durante l'indagine scattata in seguito alla denuncia presentata, l'8 ottobre dello scorso anno, dall'ex fidanzata. 

[Fonte leggo.it]

LAPIDATA DAI TALEBANI: ABC MOSTRA IL VIDEO CHOC

Una donna pachistana circondata da un gruppo di presunti talebani che la lapidano senza pietà: sono le scioccanti immagini rese note da Abc, riferisce il Daily Mail. Nel video, la donna chiede pietà in lacrime, ma il gruppo di uomini continua a lanciarle pietre finchè la donna non si accascia a terra, presumibilmente morta. L'esecuzione avrebbe avuto luogo nella regione tribale di Orakzai, al confine con l'Afghanistan. La sequenza sarebbe stata passata da uno dei talebani presenti al massacro alla tv araba basata a Dubai, la Al Aan.

IL VIDEO CHOC DELLA ABC

The Pain in Spain (I mali spagnoli) - Spaccato di un paese "distrutto" dal femminismo

The Pain in Spain

BY Christopher Caldwell

A survey taken a few weeks ago found that 60 percent of young people in Spain want to work for the government. You wouldn’t think this was possible. A decade and a half ago, the country’s conservative prime minister, José María Aznar, began to deregulate the system he inherited from the socialist Felipe González and tightened the country’s budget to allow it to join the new European currency. The Spanish economy took off like a rocket, achieving rates of growth that were almost Chinese. Aside from Ireland, no place in the Western world could match it. Unemployment, which had been as high as 25 percent, quickly fell into the mid-single digits. The country’s debt fell just as fast. Aznar does not deserve all the credit. It was González who negotiated the tens of billions of dollars in “structural funds” from the European Union, which were invested wisely in highways, bridges, electrical grids, and high-speed trains. Spain gave the impression of a country that was not just dynamic but competently managed, no matter what party was in power. Such countries tend to produce young people whose ambitions go a bit further than whiling the days away behind a counter in the ayuntamiento.
But there is something rotten at the heart of the Spanish economy, and has been for quite a while. In the spectacular national elections of 2004, bombs placed by al Qaeda-linked terrorists killed hundreds of Spaniards in and around Atocha station in Madrid, and brought the socialist José Luís Rodríguez Zapatero to power. Zapatero had called for Spain to withdraw from its participation in the U.S.-led Iraq war, and the bombers claimed they had set their bombs in Iraqis’ name. So Zapatero became an accidental prime minister. He pulled out of Iraq immediately, to the delight of the Spanish electorate, which had opposed the war by majorities topping 90 percent. He passed a bunch of social reforms no one had been clamoring for: gay marriage and more liberal laws on abortion and divorce. And rather as Gordon Brown did in Britain, he recklessly allowed the state to grow faster than the economy. But aside from that, he left Aznar’s free market economy pretty much alone. The economy was almost a distraction for Zapatero. It was not the kind of politics he cared about, and when things began to go desperately wrong for Spain in the fall of 2008, he refused to use the word “crisis,” preferring to describe what was happening as a “deceleration.”
But signs of trouble were proliferating. During Zapatero’s campaign for reelection in early 2008, his economics minister, Pedro Solbes, debated Manuel Pizarro, the economics guru for the main opposition party, now led by Mariano Rajoy. Pizarro warned of certain statistics that showed Spain drifting into crisis. What new factor, he asked Solbes, had led Spain’s current account balance to rise from 4 percent in 2001 to 10 percent in 2007? Why had the price of clothes, and the price of fruit, risen three times as fast in Spain as it had in the rest of Europe? Pizarro raised these questions in the curt, cold manner of the businessman that he was. Solbes was more easygoing and professorial. The big point he wanted to introduce was: Crisis? What crisis? The inflation was due to fluctuations in the price of oil, he explained, and Pizarro’s worries were exaggerated. Solbes disparaged the conservative plan for allowing people to invest their own retirement funds as “the Pinochet model.” In the phone-in poll after the debate, the consensus was that Solbes had blown Pizarro away, and this was the verdict of Spanish voters, who gave the Socialists and Zapatero another term. It sure does not look that way if you watch the debate now.
Spain is by some measures the country most dangerous to the Western economic system. Unemployment has doubled (to 19 percent) in the past 18 months. Spain is one of the so-called PIIGS (Portugal, Italy, Ireland, Greece, Spain), the European countries running an elevated risk of falling out of the common currency or into sovereign default. Spain is not as bad off as Greece, which was given a credit lifeline at a European Community summit in Brussels last week. But, since Spain’s economy is about four times as large, making up 9 percent of the Eurozone, most of the stopgap solutions that fixed the Greek economy cannot be applied to it. Its problems are like those of the two other countries where a housing bubble fed into a financial crisis that threatened to take down the entire economy. One of them, Ireland, appeared to be in desperate straits a year ago, but has since mustered the will to shrink its government 8 percent. It has slashed benefits, and cut public employee salaries by 14 percent. As a result, despite going through a period of austerity, it is on track to bring its economy back into balance. Spain’s problems, alas, run deeper. They go back decades. A combination of partisan animosity and unreasonably high expectations of government may make it impossible for the country to right its fiscal ship. In this, Spain has less in common with Ireland than with the second of the two real-estate-boom countries, the United States.
Housing, banks, and government
When GDP in Spain was growing by 6 percent a year, the construction industry was growing by 30 percent a year. At the height of the boom in 2007, construction made up 13 percent of GDP and about 10 percent of employment. As a result, there are now around a million homes in Spain with no one to live in them. There are entire subdivisions in the deserts outside Madrid—including one notorious boondoggle in the town of Seseña with 13,000 housing units—that are standing empty because financing ran out before the infrastructure was quite complete.
Since Spain’s native population was shrinking as all this housing was being built, it might seem obvious now that what was going on was a bubble. But it was less obvious at the time. Several factors were driving the housing boom. First, the market for second homes among Northern Europeans took off. Second, 4.5 million immigrants arrived, mostly from North Africa and Latin America, in the decade after 1999, many of them to work in construction. (In a funny way, they were brought over to build houses for themselves.) They quickly transformed Spain from a zero-immigration country into one in which more than a tenth of residents were foreign-born. Finally, divorce boomed, particularly after the passage of Zapatero’s reforms in the middle of the decade, and this caused the demand for housing to increase by mitosis. Prosperity accelerated the trend. Whereas a young man in his twenties during the dictatorship of Francisco Franco would live in his parents’ house until he married, a “modern” young man in a rich democracy wants—and feels he deserves—a place of his own.
It is in the financing for all this construction that the Spanish crisis differs from the American. Under the circumstances of Spain’s entry into the common European currency, its lending market could not help but overheat. Spain’s interest rates were around 15 percent in the years leading up to its euro membership—and then overnight interest rates fell to levels that were suited to the sluggish economies of Germany and France. These eventually fell into the low single digits, and Spain had negative real interest rates for the whole half-decade after 2002. The banks were paying their customers to borrow money.
That being the case, Spain behaved relatively responsibly. It had neither subprime loans, nor a mortgage market heated to the boiling point by Fannie Mae, nor offshore “special investment vehicles” that permitted banks to take a lot of their mortgage exposure off their books. In fact, it had one of the toughest and most responsible systems in the world for making sure that banks’ loan portfolios were adequately capitalized. Under a system of “dynamic provisioning” introduced in 2000, Spanish banks had to keep reserves of roughly 10 percent of the value of every housing loan they made. That seemed onerous when the default rate of mortgages was 1 percent, as it was 18 months ago, but now that about 7 percent of mortgages are defaulting, it provides a nice cushion.
Unfortunately, it may not be cushion enough. Spain had another problem: the entanglement of its political system with its banking system. This is not just a story of modern interlocking directorates. A system of “cajas” accounts for more than half of Spain’s financial system. There are now about 45 cajas, and they are often compared to savings-and-loans or credit unions, but they are better described as semi-public, semi-private foundations. Cajas date to the 19th century, but there is a tradition of church-based lending organizations that goes back even before that. Cajas pay no dividends but use about 30 percent of their earnings for projects that serve the common good. It is a very noble-sounding enterprise, and that is partly why Spaniards put their money in cajas. They might work as advertised if a church were in charge of them, but Spain’s constitution of 1978 gave the regional governments a voice in how the cajas were run, which, in effect, made them the policy instrument of whatever political party was in power.
Mostly the cajas were managed responsibly, but, given their link to political parties, they had to keep in mind that loan applicants were often voters, too. What is more, the idea of what constituted the common good broadened. Cajas had traditionally shared their wealth with social programs, health providers, and art institutions. But, for instance, when a plan to build a Warner Brothers theme park outside Madrid—very much desired by the region’s politicians—did not find funding, the Madrid caja took 25 percent of the shares in it. That investment worked. Others didn’t. The government of Castilla/La Mancha—the same one that approved the empty housing in Seseña—prevailed upon the local caja to build an airport in Ciudad Real that nobody needed. The caja went bankrupt. It is the only one to have done so thus far, but another dozen are on the verge. The caja system controls such a huge amount of Spain’s financial activity that they are unlikely to fail systemically, but they are going to need to be consolidated, and the government reckons that this will cost $120 billion. Moody’s threatened to lower Spain’s sovereign credit ratings if caja mergers don’t push ahead.
One reason local savings banks affect the nation’s credit is that the cajas lend to government, too. The distribution of political power and budgeting authority in Spain is so complex that Spanish political scientists have a hard time understanding it. In simple terms, much budget authority is in the hands of local ayuntamientos (town halls) and autonomias (regions, which have a lot of the prerogatives of states in the early American republic). So about 20 percent of the national debt is not even under the government’s control. The autonomous communities (Catalonia, the Basque Country, Madrid, etc.) will probably be able to make the billions in cuts they need to bring their deficits back down to 3 percent before 2013, as the European Union has urged. But the ayuntamientos, since they are financed mostly by building permits and property taxes, are under water. Very much as in Ireland, when the building boom stops, governments stop with it. One ayuntamiento, Ochandurí, in Rioja, has debt of $13,000 for every man, woman, and child in the town.
More Spanish than others
This conflict between central and regional government is what shapes Spanish politics now, and Spanish politics makes budget balance hard to sustain. Zapatero has built his electoral coalition on the loyalties of the autonomous communities, particularly Catalonia, Andalusia, and the Basque country, where distrust of the overarching Spanish state is strong—as is nationalism. He infuriated the conservative Popular party when he described the Spanish state as “a concept that is open for discussion.” The conservatives, in turn, are apt to blame Spain’s present deficits on the alleged waste, fraud, and abuse of autonomous communities and the other minority interests that Zapatero woos. Gays, feminists, Basques, and atheists are no less Spanish than their fellow citizens, conservatives say. But they are not more Spanish either.
It is hard to translate the politics of the autonomous communities into American terms. In some places, such as Andalusia, it resembles U.S. minority politics. State handouts account for a significant proportion of the region’s income—about 25 percent, according to some estimates. Zapatero, who faces critical regional elections there next year, can keep his forces together provided he can offer enough state money. On a trip to Andalusia in mid-March, he did just that.
In Catalonia, however, where his Socialists have scraped together a coalition with nationalist parties of the left, the politics is more like the U.S. politics of states’ rights. A substantial proportion of the Catalans, who make up one-fifth of the population but account for about a third of the country’s economic activity, want more autonomy. They feel the left-wing nationalists who made a coalition with Zapatero have done a poor job of securing it. Catalans have an allergy to the Spanish conservatives that dates from the Civil War of the 1930s and will not vote for them in the next election. They appear likely to restore to power Convergència i Unió, the relatively free-market party of the nationalist right, which is the region’s natural majority.
The politics of labor reform
The toughest nut to crack for Zapatero will be reforming the Spanish labor market, which went wrong in the Franco era (1939-75) and has proved impossible to fix. It will be tough to crack because he doesn’t want to crack it. Spain’s labor market has much to do with the present dangers to Spain’s economy, and no attempt to get Spain out of its fiscal hole will be convincing without a reform of it.
Franco’s corporatist model offered low-wage jobs for life. Spanish workers were keen on the “for life” part of this bargain, less so on the “low wage” part. During the transition to democracy, unions were legalized and added to the mix. While the level of unionization in Spain has never been high, unions are seen as the custodians of the will of the free working class. Any victory by the country’s General Workers’ Union quickly gets translated into policy across the entire labor market.
The benefits and protections would be thought generous even by French or German standards. Unemployment compensation lasts up to two years. It initially pays 70 percent of final salary, which falls over time, but only to about 60 percent, and in the present climate of high joblessness, there is great pressure to extend these benefits. If a worker has a permanent contract, you cannot fire him without cause, unless you are willing to pay 45 days’ worth of salary for every year worked. If you claim to have cause, you need to go to court to prove it—a drawn-out, expensive, and probably futile process during which you still have to pay the worker his salary. The unions consider these arrangements derechos adquiridos (acquired rights), almost a kind of property. Any suggestion that they are negotiable is considered an insult. “It used to be machines were fixed, capital and labor was variable,” one former government economist (a Socialist) told me. “But now it has changed. A machine you can throw out, a worker you’re stuck with.”
Since this level of worker benefits was hobbling the economy even in the 1980s, a new kind of temporary contract was introduced. The attempt to institute it resulted in a general strike. Spain’s unions called general strikes in 1988, 1992, 1994, and 2004 when labor reforms were proposed, and in each case they threatened to make the country ungovernable.
The idea of temporary contracts was that workers could be hired and fired at will, but after three years of good performance they had to be offered full-time, permanent contracts. What resulted, as anyone but a politician could have predicted, was a strange dual labor market that leaves Spain with both the most pampered and the most exploited workers in Europe. The arrangement has a crippling effect on productivity. Older workers are inefficient because they are too secure. Younger workers, who tend to be much better credentialed than the older ones, can work hard for peanuts and then be put out on the street after two years and 364 days. Career-wise, they tend to spin their wheels for three or six years at just the time of life when people are willing to take risks, move, start companies. Unsurprisingly, no company wants permanent workers. What they want is people who will take low-wage jobs. In practice, the dual labor market has been a recruiting call for immigrants, and it has encouraged the sort of low-tech work that immigrants do—roofing, dishwashing, landscaping—instead of investment in productivity. During the boom, 85 percent of contracts were temporary, and no more than a tenth were ever converted to permanent contracts. Now the rate of conversion is even lower.
Getting out of this mess will take some political courage. Any serious labor reform will probably, in the short term, drive the unemployment rate upward from the 19 percent where it stands now. Zapatero is an instinctual leftist with a Manichean view of the Spanish Civil War. As such, he fears nothing more than a general strike. General strikes are things that only happen to fascist dictators and other enemies of the working class. It has surely not been lost on Zapatero that Greece has had three of them since it started trying to put its financial house in order this winter. In February, after Zapatero suggested in remarks at the World Economic Forum in Davos that he would favor raising Spain’s retirement age from 65 to 67, the unions went into the streets, and a general strike was the implicit threat.
Over the falls
This makes the probability that the government will tackle Spain’s labor arrangements—at the heart of the problem—very low. It means that piecemeal measures are the order of the day. The government has introduced a Value-Added Tax hike (from 16 to 18 percent) that conservatives have promised to oppose, it has scrapped its plan to modernize the army, it has announced that it will phase out the mortgage-interest deduction starting next year. It has passed something called the Law on the Sustainable Economy, which will incentivize high-tech start-ups over real estate start-ups, as if a million empty housing units were not incentive enough.
Like many Western governments—like the United States, in fact—Spain has a clear path to recovery provided the economy grows at utterly implausible rates. The secretary of state for the economy now gives presentations to investors in London and Paris professing that Spain is “determined to act” to reduce its deficit. But this is very much like American noises on the deficit: lots of declarations of will and idealism and very little concrete description of how to get there. Olli Rehn, the monetary commissioner of the European Union, has described the Spanish promise to cut the deficit to 3 percent of GDP in 2013 as wishful thinking. Standard & Poor’s lowered its rating of the Bank of Spain’s debt from Group 2 to Group 3 (which includes the United States).
The Spanish debt crisis can be looked at in a lot of different ways. You can see the housing bubble, the labor market, the division of governmental labor between Madrid and the autonomous communities, or the lack of political will as the main cause. There are so many budget-cutting measures you may possibly have to take that a good case can be made for shutting down almost any aspect of the welfare state. The whole kit and kaboodle may be nearing the point of unsustainability. The system of state guarantees and welfare rights that Spain has erected may be the biggest bubble of them all. In that case, the wisest course for a politician may be to stay in the boat, hope you are wrong that you are going over the falls, and wait and see what you really have to do to survive.

Christopher Caldwell is a senior editor at The Weekly Standard and the author of Reflections on the Revolution in Europe.

[Fonte weeklystandard.com]

Piuttosto che affrontare la crisi, il governo Zapatero riscrive le fiabe

Qualcuno si ricorderà ancora quando Zapatero annunciò solennemente che la Spagna aveva superato il reddito pro-capite italiano o quando a New York affermò che il suo Paese aveva il sistema economico più solido del mondo. Non pochi avranno invidiato i nostri vicini e avranno pensato, almeno per un momento, di fare le valigie ed emigrare in quelle terre calde, accoglienti e fruttuose. Oggi, però, le cose sono cambiate, e molto. Sia il premier Zapatero che gli spagnoli in generale si trovano a dover fare i conti con la realtà e, sgonfiati dal celebre orgoglio nazionale, sperano che Bruxelles non apra nei confronti della Spagna una procedura come quella della Grecia. Nonostante la doccia fredda, però, il governo socialista prosegue imperterrito per la sua strada, senza mai fare un mea culpa e, ancora peggio, senza affrontare i veri problemi che stanno facendo affondare la barca spagnola.
La settimana scorsa, il Weekly Standard ha pubblicato un dettagliato articolo dal titolo "The Pain in Spain" (I mali spagnoli, ndt) che mette a nudo la politica economica spagnola degli ultimi 30 anni, da Franco a Zapatero, e definisce la Spagna nientemeno che “il Paese più pericoloso per il sistema economico occidentale”. Alla base delle affermazioni dell’autore Christopher Caldwell, i dati che sono da tempo sotto gli occhi di tutti: negli ultimi 18 mesi, il tasso di disoccupazione ufficiale è raddoppiato e ha raggiunto il 19 per cento, pari a 5 milioni di persone senza un lavoro. La crescita economica è passata da cifre paragonabili a quelle della Cina negli anni di Aznar a dati che fanno temere agli economisti il collasso spagnolo e, di conseguenza, il crollo dell’intera Eurozona. Non a caso, lo Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito del Banco de España dal gruppo 2 al 3, lo stesso in cui si trovano gli Stati Uniti.
Tra le altre cose, Caldwell afferma che Zapatero ha permesso all’apparato statale di crescere più velocemente rispetto all’economia ma non risparmia critiche per aver ritirato le truppe spagnole dall’Iraq nel giro di pochi mesi. La principale accusa però è quella che, invece di lottare contro la gravissima crisi, l’Esecutivo spagnolo abbia limitato il suo operato a “una manciata di riforme sociali che nessuno aveva chiesto” – dai matrimoni gay alle leggi che liberalizzano l’aborto (anche per minori senza il consenso dei genitori) ed il divorzio – o nelle lotta contro le reliquie del Franchismo sostenendo il magistrato giustizialista Baltasar Garzón.
Ma il governo non s’interessa delle critiche e guarda avanti. Anzi, loda le sue ultime iniziative politiche e si vanta d’essere “un riferimento per l’Europa intera”. Basta tenere in conto l’ultima delle trovate del ministro delle Pari Opportunità, Bibiana Aído, per capire di cosa stiamo parlando. La beniamina di Zapatero, non solo vuole introdurre la materia di “femminismo” nelle scuole ma ha anche deciso di far riscrivere le fiabe che hanno accompagnato generazioni intere nella crescita. La ragione? Perché le ritiene “maschiliste” e “denigranti per la donna”. Nel mirino, i classici come Biancaneve, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco. Nel progetto sono stati investiti “appena” qualche migliaia di euro per dar vita, per ora, a “La principessa differente”, il racconto della principessa Alba Aurora che scala montagne e fa camping in spiaggia e, quando il principe si presenta per salvarla da un orco malvagio, la giovane risponde: “Non ne conosco nessuno, ma se ci fosse uno in giro avrei trovato da sola il modo di liberarmene”. Alla fine, però, diventano buoni amici e viaggiano in Cina a bordo ella motocicletta (ovviamente quella di Alba Aurora).
A parte di investire sulle battaglie femministe, il governo Zapatero ha poi deciso di scommettere sulle rinnovabili, con un costo stimato di 10 miliardi all’anno nel 2020. Tra questi investimenti si distingue la ormai ribattezzata “supercar di Zapatero”: si tratta di un piano per immettere un milione di auto elettriche entro il 2015, al prezzo di almeno un miliardo di euro.  Si tratta dello stesso obiettivo prefissato nientemeno che dal presidente Obama che, a differenza del premier spagnolo, governa un Paese di 300 milioni di abitanti. Un progetto tanto ambizioso quanto utopistico.
Ma secondo l’articolo del Weekly Standard, il maggior peccato del governo è quello di sfuggire dalle sue responsabilità e di non essere capace di risolvere i principali “buchi neri” del suo sistema: il sistema bancario, il ricatto dei nazionalismi e la riforma del lavoro. In Spagna, le casse di risparmio – i principali colpevoli della bolla immobiliare – rappresentano circa il 50 per cento di tutto il sistema finanziario. Siccome a gestirle sono i governi regionali (si tratta di fondazioni per metà pubbliche e per metà private), nel tempo sono diventati degli strumenti del partito politico di turno al potere. Di conseguenza, negli ultimi anni sono stati fatti investimenti fallimentari (come nel caso della Comunidad de Castilla-La Mancha che non solo ha letteralmente costruito una città fantasma ma ha anche creato un aeroporto che è rimasto inutilizzato) che, però, rispondevano a interessi politici. Una pratica che, nel tempo, ha portato alla bancarotta di numerose casse di risparmio.
Per di più, il 20 per cento del debito pubblico non è neppure sotto il controllo del governo centrale. Quindi, se è vero che una Comunidad Autónoma (cioè la regione) può tagliare le spese per ridurre il deficit, i comuni – normalmente finanziati dai permessi edilizi e di tasse sulla proprietà – si trovano senza via di uscita (specialmente in un Paese dove attualmente ci sono un milione di abitazioni rimaste invendute!). In seguito alla minaccia di Moody’s di abbassare il rating del credito sovrano spagnolo, il governo ha deciso di investire più di 2 miliardi di euro per salvare 8 delle 45 cajas spagnole e ora pensa di dimezzarne il numero grazie ad un nuovo regolamento finanziario. Una mossa un po’ tardiva e che costerà la modica cifra di 48 miliardi di euro.
A complicare il quadro c’è il ricatto politico che attualmente le Regioni riescono ad esercitare su Zapatero e l’ambizione di riuscire a realizzare una necessaria riforma del lavoro. Arrivato al governo inaspettatamente, per essere riconfermato, il premier spagnolo è dovuto arrivare a patti non solo con le minoranze femministe, gay e anticlericali ma anche con le forze indipendentiste. Il leader socialista, che il prossimo anno affronterà le elezioni regionali, in questi mesi cerca di assicurare la continuità del proprio partito offrendo più denaro pubblico a cambio di una maggiore autonomia. In un clima di forte disappunto e di delusione, poi, portare a termine una modifica del sistema di licenziamento sembra proprio una mission impossible. In Spagna, infatti, il sistema di licenziamenti è ampiamente generoso: attualmente, per 2 anni viene pagato il 70 per cento dello stipendio finale e va diminuendo col tempo fino a raggiungere il 40 per cento. Se il lavoratore aveva un contratto a tempo indeterminato, poi, per licenziarlo senza giusta causa il datore di lavoro deve pagare 45 giorni di lavoro per anno lavorato.
Sebbene l’Esecutivo stia valutando la possibilità di abbassare a 33 i giorni di risarcimento per il licenziamento, il governo sa bene che riformare la politica di impieghi in questo momento di crisi porterebbe la gente in piazza (come hanno già fatto i sindacati dopo la proposta di aumentare a 67 l’età pensionabile) con il rischio di uno sciopero generale. E’ proprio quest’ultimo, secondo il Weekly Standard, il maggior incubo di Zapatero (che viene definito “un politico di sinistra per istinto con una visione manichea della Guerra Civil”) che vede nello sciopero generale "qualcosa che succede solo ai dittatori fascisti e agli altri nemici della classe operaia". Un paradosso troppo pesante per il premier più di sinistra dell’Europa occidentale.

[Fonte loccidentale.it 04 -2010]

domenica 26 settembre 2010

Sindrome da alienazione genitoriale (PAS) o Alienazione Genitoriale (PA) che sono, a tutti gli effetti, la stessa identica cosa.

Esiste l'influenza ed esiste la sindrome influenzale....
Esiste la gastrite ed esiste la sindrome gastritica....
Esiste la artrosi ed esiste la sindrome artrosica...

CI POTREMMO SBIZZARRIRE NEL COMPORRE UN ELENCO DELLE MALATTIE E DELL'INSIEME DEI SINTOMI CHE LE CARATTERIZZANO.

Nel caso della PAS (Parental Alienation Syndrome) la malattia si chiama ALIENAZIONE GENITORIALE e l'insieme dei comportamenti "ANOMALI" del minore affetto da ALIENAZIONE GENITORIALE  costituiscono la PAS o Sindrome (INSIEME DI SINTOMI, APPUNTO) da Alienazione Genitoriale.


Continuando l'elenco di cui sopra potremmo quindi scrivere:

Esiste l'alienazione genitoriale ed esiste la sindrome da alienazione genitoriale....


Da un punto di vista DIAGNOSTICO parlare di Sindrome invece che di Malattia rappresenta una fase intermedia nel progredire degli accertamenti verso la diagnosi definitiva.

In altre parole se ho determinati sintomi come mal di gola, tosse, dolori diffusi e febbre io presenterò una sindrome a carattere influenzale. Per poi decidere se io abbia effettivamente l'influenza o meno saranno solo le eventuali analisi di laboratorio indirizzate ad accertare direttamente (o indirettamente attraverso la ricerca degli anticorpi) la presenza di un agente patogeno a poterlo dire.

Ecco, ci limitiamo per il momento a dare queste brevi informazioni di carattere generale su quella che può essere la differenza attribuibile alla terminologia ALIENAZIONE GENITORIALE e SINDROME DA ALIENAZIONE GENITORIALE.

Tranquilli, infine... NON ESISTE MEDICALIZZAZIONE... NON ESISTE CIOE' TERAPIA FARMACOLOGICA per questo disturbo che può insorgere nei figli, loro malgrado, coinvolti in separazioni conflittuali dei loro genitori.


La terapia della PAS è di dito "AFFIDATIVO" (concerne cioè le modalita' di affidamento dei figli) e va a coincidere con quanto in parte gia' previsto dalla Legge 54/2006. Se si dimostra l'esistenza di un genitore OSTACOLANTE la frequentazione con l'altro - dice la legge - si interviene per modificare le condizioni di affidamento in modo da preferire come genitore eventualmente prevalente quello che piu' apre all'altro.

Insomma... nessun allarme. Si tratta solo di qualcosa che va a dare mnaggior forza giuridica a quanto gia' statuito nella normativa esistente a garanzia del diritto dei minori ad avere un padre ed una madre entrambi presenti.

La donna allergica a tutto che rischia la vita per un po’ di polvere

Una malattia rara le impedisce di vivere una vita normale, allergica a qualsiasi sostanza chimica Marinella Oberti cinquantadue anni di Bergamo teme per la sua vita. A breve inizieranno dei lavori di ristrutturazione nella palazzina in cui abita insieme al marito e i solventi utilizzati potrebbero esserle letali.
Marinella trascorre le sue giornate chiusa in casa, come una detenuta, limitando i contatti con l’esterno, proteggendosi con mascherina e guanti. Persino mangiare può essere pericoloso, i pochi cibi biologici che le sono consentiti costano quanto un pranzo in un ristorante segnalato sulla guida Michelin.
Detersivi rigorosamente banditi, i suoi abiti non possono più trovare collocazione nell’armadio contaminato da profumi e sostanze di cui lei è fortemente intollerante.
Sindrome da sensibilità chimica multipla (M.C.S) è il nome della malattia di cui è affetta Marinella, diagnosticatale nel 2005 dopo più di trent’anni di ricerche per capire di cosa soffrisse.
Ora la sua condanna all’isolamento è definitiva; per poter leggere un libro, un giornale, una rivista deve far decantare la pubblicazione per giorni sul terrazzo e indossare protezioni. Nemmeno la televisione può consolarla perché col tempo Marinella è diventata anche elettrosensibile.
Dopo lunghe lotte giudiziarie la Corte d’appello di Brescia le ha riconosciuto la malattia a causa della quale oggi è invalida al 100%. Il suo problema ora però potrebbe trasformarsi in dramma. Nella palazzina in cui i coniugi abitano in città, a giorni inizieranno i lavori di ristrutturazione che Marinella era riuscita a sospendere temporaneamente impugnando davanti al giudice del tribunale di Bergamo la delibera condominiale.
Gli interventi programmati mettono in serio pericolo la sua vita. L’ultimo termine è però scaduto lo scorso 31 agosto, da un momento all’altro sarà aperto il cantiere e per la signora Oberti potrebbe iniziare un incubo.
Marinella è consapevole d’essere una vicina di casa scomoda, forse anche per questo ha ricevuto dal proprietario lo sfratto. Le valigie sono pronte, ma non riesce a trovare una sistemazione idonea per le sue condizioni di salute.
Servirebbe una casa unifamiliare proprio per evitare contrasti e liti coi condomini, un edificio realizzato almeno da 15-20 anni (tempo necessario per neutralizzare gli effetti chimici delle sostanze utilizzate nella costruzione) e lontano da negozi e fabbriche.
Marinella è disposta a cambiare città , a trasferirsi ovunque anche se ciò comporterebbe per il marito la perdita del lavoro, ma la sua vita vale questo sacrificio. È una donna combattiva, determinata, se non dovesse trovare una casa adatta alla sua situazione promette di andare a vivere in automobile sostando davanti a Palazzo Frizzoni, sede del comune.
L’amministrazione in realtà le ha proposto qualche soluzione abitativa, risultata però inadatta.
Marinella non chiede soldi, ma il diritto di vivere dignitosamente un'esistenza già sacrificata da una malattia degenerativa che le impedisce persino di abbracciare le persone che ama.

[Fonte ilgiornale.it]

sabato 25 settembre 2010

I padri separati al "lavoro" per aggiornare la black list degli avvocati "contro" il vero condiviso

Le provocazioni dell´avvocatessa Costa. Spirito ipercritico, o desiderio di emulazione ?

Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, l'articolo di un'avvocatessa, Elisabetta Costa, pubblicato sulla "Prealpina" di Varese lo scorso 24 Settembre (vedi allegato a margine dell'articolo). Nel suo pregiatissimo intervento, la Costa si è spinta verso affermazioni che, ai più, sono sembrate deliberatamente provocatorie. A leggere quei contenuti un pò inopportuni sembrava quasi di sentire la voce della sua più nota collega, la Bernardini De Pace la quale, com'è noto, non perde occasione di "punzecchiare" i padri separati, da lei definiti "piagnoni e vittimisti". Anzi, l'avv. Costa l'ha persino superata, arrivando a scrivere che “non si può avere la parità di ruolo come genitori”.
Roba da segnalazione al Ministero Pari Opportunità, tanto è esagerata. Anche lì, dove in quanto a (dis)parità tra donne e uomini non scherzano, storcerebbero il muso, perchè l'art. 3 della nostra Costituzione esclude espressamente le discriminazioni basate sul sesso. E se le prassi dei Tribunali spesso ci dimostrano il contrario, è curioso che un avvocato come Elisabetta Costa non se lo ricordi. Ma tant'è, e a sua difesa è bene rammentare che l'esame di Diritto Costituzionale, nel corso di laurea in Giurisprudenza, si sostiene al primo anno, per cui l'avvocatessa, dopo tutto questo tempo, avrà lì per lì dimenticato i "piccoli dettagli" della nostra Carta.
Senza dissertare sulla gravità del gesto omicidio-suicidio di Brescia, da cui l'avv. Costa trae spunto per argomentare, ci sembra che venga frainteso completamente il “movente”, che naturalmente non è da giustificare, ma sicuramente da comprendere ed analizzare.
Sembra a molti, purtroppo, che il capro espiatorio di tutto e tutti sia la legge sull’affido condiviso. Innanzitutto sembra di rilevare una visione quanto meno parziale della problematica. Quando si disserta sull’intervento delle responsabilità della legge che ha creato “enormi malintesi”, ci troviamo a concordare con l’avv. Costa ma non riusciamo a condividere la sua posizione, in quanto è proprio la mancanza dell’applicazione dell’affido condiviso che crea tali disagi e, come nel caso di Brescia, veri e propri orrori.
Rifacendosi ai dati ISTAT 2003, prima dell’entrata in vigore della legge sull’affido condiviso, la panoramica era quella dell’affidamento esclusivo alla madre (83,9%), affidamento congiunto (11,9%), affidamento al padre (3,8%) nelle separazioni. Nei divorzi il panorama cambiava di poco affidamento al padre (5,7%), affidamento alla madre (83,8%), affidamento congiunto (9,8%).
Analizzando poi le tabelle EURISPES sembra di assistere ad una sorta di “tradizione popolare” della serie “Tribunale che vai usanza che trovi”, come ad esempio:
  Figli affidati nelle separazioni per tipo di affidamento in alcuni Tribunali anno 2002 Fonte EURISPES Rapporto Italia 2005 scheda 47
 
Al padre
Alla madre
Congiunto e/o alternato
Ad altri
Acqui Terme
3,9
47,4
48,7
0,0
Ivrea
7,4
73,8
18,8
0,0
Vercelli
8,4
84,2
6,9
0,5
Arezzo
2,7
60,5
35,9
0,9
Firenze
3,5
78,1
17,9
0,4
Grosseto
7,0
86,8
5,3
0,8
Bari
2,9
96,0
0,9
0,1
Foggia
4,2
81,7
13,3
0,9
Brindisi
6,8
74,2
18,3
0,6
 
Ecco come, partendo dall'origine, anche oggi il padre diventa “questo perfetto sconosciuto”.
L’affido condiviso non è il doppione della potestà genitoriale, ma è attenzione verso una potestà non più singola ma "dei genitori", o meglio, visto che si è genitori in due, il condiviso è "insieme"  - e non più "unione" - di madre e padre concentrati sul il benessere psico-fisico del minore.
Il padre non solo "può", ma "deve" fare il padre. L’essere genitori non è un optional da poter delegare.
Il riduzionismo che traspare dall’articolo dell'avv. Costa lascia esterrefatti, poiché chiunque lavora nel campo del diritto di famiglia sa perfettamente quali siano i problemi di una separazione. Non si parla di calzini o di scarpe da comprare, ma di diritti di vita, di condivisione di esperienze ed insegnamenti, di abbracci e di litigi. Si parla di valori e di passioni, che si mescolano nella relazione genitori-figli.
Quando ci si richiama al “pretendere l’affidamento condiviso”, si dice bene ! E' giusto pretendere di poter essere padre o madre. Si tratta di rivendicare un diritto/dovere che deriva dal concepimento, e che trova la sua estrinseca natura al momento della nascita del figlio.
E' possibile che, tra i genitori, ci sia chi è veramente interessato alla genitorialità, e chi no. Ma la stragrande maggioranza di coloro che sono interessati non avviano un’azione legale, se non altro perché il costo da pagare è alto sia in termini economici che psicologici con ripercussioni, purtroppo non di rado, anche lavorative.
Possibile che l’avv. Costa non si sia mai imbattuta in quel padre che si licenzia da lavoro per seguire la ex moglie che si è trasferita con colui/colei che definisce “suo/sua” (il figlio, la figlia)? O che non abbia mai incontrato un padre che ha dissipato patrimoni per pagare un precedente legale o un consulente? O ancora che non abbia mai saputo di un padre che ha ammesso di non riuscire più a lavorare come prima perché la sua vicenda personale interferisce con la sua attività professionale?
Strano. Ci sono tanti padri in questa situazione, ma sembra che l'avvocatessa non ne abbia mai visto uno in giro.
E poi l’articolo tira in ballo la doppia residenza. Se il piano del dialogo vuole essere scientifico, saremmo lieti di ricevere dall'avv. Costa le risultanze delle ricerche che dimostrano le sue conclusioni, atteso che, per lei, dare ai figli due "prime case" equivale a non dargliene neanche una. In Francia, dal 2002, esiste la possibilità di una doppia residenza. Dobbiamo quindi credere che tutti i minori francesi che dal 2002 al 2010 hanno avuto una doppia residenza siano affetti da disturbi psichici ? Sembra, a parere di chi scrive, un po’ assurdo ! Tali norme, infatti, rimandano proprio all’obiettivo di preservare la continuità della relazioni familiari… non a distruggerle.
Ma Elisabetta Costa si spinge un pò troppo oltre la semplice provocazione, allorquando scrive che “la norma sull’affido condiviso oggi dà ai padri una falsa rappresentazione: quella di poter avere qualcosa che non si può avere, la parità di ruolo come genitori, e anche quella di dover fare qualcosa che non si è obbligati  a fare, come dover essere presenti in ogni dettaglio della vita del figlio”. Se fosse vera tale affermazione, una domanda sorgerebbe spontanea: se il padre non ha diritto di stare nella vita del figlio, su che criterio lo può la madre ? 
E se poi, come afferma l'avvocatessa, “abbiamo forgiato una classe di mammi e, simultaneamente, abbiamo perso i padri”, sembra quasi che l'autrice dell'articolo provi nostalgia per una categoria di padri che non esiste più, ma che a lei piaceva tantissimo.

Fonte: Sara Pezzuolo - V. Vezzetti. La foto dell avv. Costa è tratta dal suo sito www.avvocatocosta.it

Scarica copia statica articolo La Prealpina del 24/09/2010

Il trasferimento di residenza dei bambini in regime di affidamento condiviso

Come è noto, la novellazione operata dalla l. 8 febbraio 2006, n. 54, ha inteso, tra l’altro, valorizzare l’esigenza del figlio minore di continuare a godere, anche nelle ipotesi di crisi coniugale, di un intenso rapporto con entrambi i genitori. Così, l’art. 155 c.c., stabilisce il diritto del figlio minore « di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale ».
L’aspetto cardine della riforma de qua s’incentra, quindi, sull’affermazione del principio della bigenitorialità, ritenuto quale elemento indispensabile per un corretto sviluppo del minore.
Diversamente dal passato, infatti, ove la regola generale era quella dell’affidamento monogenitoriale (in special modo alla madre) e l’eccezione quella dell’affidamento ad entrambi i genitori (ritenuto, tra l’altro, fonte di una ulteriore conflittualità tra gli stessi), oggi la legge chiama il giudice a valutare, prioritariamente, la possibilità di disporre l’affidamento condiviso e, solo residualmente, qualora esso « sia contrario all’interesse del minore », a optare per quello esclusivo a un solo genitore (art. 155-bis c.c.) .
Il legislatore, nel tentativo di mitigare le sofferenze arrecate ai figli per effetto della separazione, ha quindi voluto assicurare a questi di poter fruire di un rapporto il più possibile normale con entrambi i genitori, tranne, naturalmente, i casi in cui ciò possa risultare contrario al loro benessere (peraltro le ragioni di tale disfavore devono essere notevolmente gravi e comprovate, come nell’ipotesi in cui i genitori decidano di trasferire le proprie residenze in luoghi tra loro talmente distanti, da rendere impossibile o, addirittura pregiudizievole, per i figli un continuo alternarsi tra le medesime) .
Va, tuttavia, osservato che il novellato art. 155 c.c., così come formulato, non consente di individuare in che cosa consista, esattamente, la differenza tra le due figure di affidamento (« a entrambi » oppure « ad uno solo » dei genitori).
Quello che pare certo è che il legislatore, con la riforma, abbia voluto introdurre un particolare modello di responsabilità e di esercizio c.d. congiunto della potestà da parte di entrambi i genitori, non potendosi ridurre il predetto discrimen ad una diversità, meramente quantitativa, in termini di collocazione, tempi e modalità della presenza della prole presso ciascun genitore, o in termini di misura e modo della contribuzione genitoriale, ecc. Sembra, più correttamente, che la locuzione « affidamento condiviso », utilizzata nella rubrica dell’art. 155-bis c.c., rimandi ad un’idea di compartecipazione dei genitori nei compiti di cura e crescita del figlio. In questa direzione si è espressa anche la giurisprudenza di merito: « l’affidamento condiviso non consiste nella pari suddivisione fra i genitori del tempo di permanenza con i figli, bensì, in primo luogo, nell’assunzione condivisa della responsabilità e delle scelte genitoriali (almeno quelle più importanti) e nel mantenimento di un costante rapporto di frequentazione e cura della prole » (Tribunale di Tivoli, 30 giugno 2009).

2. Le decisioni di « maggiore interesse ».

Posto che l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole permane anche nel caso di separazione personale dei genitori, l’affidamento condiviso, inteso come ripartito tra i genitori, si differenza nettamente da quello congiunto, che vede i genitori esercitare il loro ruolo assieme, cioè « a mani unite » .
La ripartizione dei compiti genitoriali si connette direttamente con la potestà, il cui esercizio è posto, dall’art. 155, comma 3, c.c., in capo ad entrambi i genitori.
Mentre nel vigore della disciplina previgente il genitore affidatario poteva assumere (da solo) tutte le decisioni ordinarie, eccetto quelle sulle questioni di maggior interesse , come la scuola e la salute, che andavano prese congiuntamente, oggi, in linea di principio, tutte le prerogative connesse alla potestà devono essere esercitate « da entrambi i genitori », delineandosi, così, una sorta di contitolarità d’esercizio. Sennonché, sempre l’art. 155, comma 3, c.c., stabilisce, poi, che « le decisioni di maggior interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo », tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli, rimettendo la decisione al giudice in caso di disaccordo. 
A ben vedere la disposizione in esame non prevede espressamente che la potestà sia esercitata « di comune accordo » dai genitori, ma semplicemente « da entrambi », diversamente da quanto richiesto per le decisioni di maggiore interesse per i figli che presuppongono, necessariamente, la concorde volontà dei genitori, intervenendo, in caso di disaccordo, il potere sostitutivo del giudice.
A ciò si aggiunga che, la chiusura del terzo comma dell’art. 155 c.c., riconosce al giudice, limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il potere di « stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente ».
Come osservato da attenta dottrina (SESTA), la disposizione in esame è, nel suo insieme, tutt’altro che precisa e chiara, essendo suscettibile di varie letture, a seconda che l’interprete ne valorizzi l’inizio o la parte finale. Alcuno potrebbe, infatti, pensare che il legislatore abbia voluto attribuire separatamente a ciascun genitore la potestà sulle questioni di minore importanza (rectius di ordinaria amministrazione), non avendo richiesto per esse il « comune accordo »; altri che, in generale, l’esercizio della potestà sia sempre comune e, solo attraverso un provvedimento del giudice, essa possa essere esercitata separatamente limitatamente alle questioni di ordinaria amministrazione.
Deve ritenersi che il legislatore della riforma, cosciente che alla crisi della coppia si accompagna, sovente, una crisi della famiglia, abbia voluto limitare l’obbligo della condivisione alle decisioni di maggiore interesse per la prole, ossia quelle attinenti all’istruzione, all’educazione e alla salute, per le quali i genitori devono imparare a trovare un accordo (e, quindi, a parlarsi e rispettarsi), pena l’intervento del giudice. Su tutte le altre questione « routinarie » lascia, invece, liberi i genitori di assumersi delle responsabilità che possono essere contestate solo se contrarie all’interesse morale e materiale dei figli.
La novella del 2006 non ha, però, chiarito i criteri da utilizzare per valutare e qualificare gli atti di « maggiore interesse » e, nemmeno, ha stabilito sino a che punto, per essi, può spingersi il « potere di veto » di un coniuge nei confronti delle determinazioni dell’altro.
Può essere considerata decisione di maggiore interesse quella di iscrivere un figlio ad una scuola privata piuttosto che ad una pubblica, oppure di fargli praticare uno sport piuttosto che un altro? O, ancora, può essere ritenuta di maggiore interesse la scelta di un medico piuttosto che di un altro?
Da tempo autorevole dottrina ritiene impossibile definire aprioristicamente e, quindi, tipizzare, in un numerus clausus, le decisioni di « maggior interesse », lasciando alla giurisprudenza la valutazione motivata della singole situazione.
 

Fonte: personaedanno.it - G. Belli

La "questione familiare" e l´ordinamento giudiziario. Ecco come riformare la Magistratura

Spesso, di fronte a casi di eccessivo garantismo del nostro ordinamento, siamo portati a pensare che l'Italia sia una sorta di "paradiso" per la tutela dei diritti civili, ma dai report della Corte Europea di Strasburgo -chiamata appunto a tutelare i diritti delle persone nei 47 paesi sottoscrittori della Convenzione - viene fuori una realtà sconfortante.
Il nostro Paese ha accumulato, solo l’anno scorso, ben 68 condanne per violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo. Le più numerose condanne a carico dell’Italia sono per violazione della vita privata e per interferenza con la vita privata dei detenuti (27). Di poco inferiori (23) quelle per iniquità dei processi. Seguono la condanne (16) per violazione del diritto di proprietà. Di più e di peggio, l’Italia ha un più vergognoso primato: quello di essere, per spessore delle materie e numero delle condanne, il primo paese dell’Europa nella graduatoria delle condanne a Stati membri del Consiglio d’Europa e sottoscrittori della Convenzione.
In testa ci sono Turchia (365 condanne), Russia (219), Romania (168), Ucraina (126), Grecia (75). Subito dopo l’Italia. E gli altri ? La Francia ha subito 33 condanne, appena 21 la Germania, 18 l’Inghilterra, 17 la Spagna. Le più virtuose risultano essere la Danimarca e la Norvegia (3 a testa), i Paesi Bassi (4), la Svizzera (7).
Questi dati si possono ricavare dal dossier curato dall’Osservatorio sulle sentenze della Corte, che fa capo all’Avvocatura della Camera dei deputati. Si tratta di una corposa rassegna di pessime condotte, un'opera alquanto imbarazzante per le nostre istituzioni, tenendo conto, tra l’altro, che della Corte fanno parte naturalmente giudici designati da tutti gli Stati membri in base ad altissimi livelli di competenza.....
Mettendo da parte la ventennale diatriba tra Capo del Governo e Magistratura – che qui trova terreno poco fertile - da più parti ormai si concorda con la necessità che qualcosa, nel potere giudiziario, deve poter cambiare. Il Diritto di Famiglia, e tutte le problematiche ad esso afferenti, offrono una validissima testimonianza sul fatto che il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, e se ciò accade relativamente alla tutela dei diritti dei nuclei fondanti la Società Civile, non si può più escludere l’ipotesi che la Giustizia italiana sia gravemente ammalata.
Si aggiunga che il cattivo funzionamento del sistema giudiziario in materia di Famiglia rappresenterebbe un terreno di analisi del tutto privo di quei preconcetti che oggi, invece, corrompono il dibattito sulle possibili soluzioni. I disagi di bambini e genitori, infatti, non hanno un colore politico, e richiedono tutela sia dal diritto civile che da quello penale. La discussione di questi temi permetterebbe alle forze politiche di trovare una “zona neutra” nella quale confrontarsi per condividere, finalmente, dei rimedi per la Collettività. Ma sembra che, al momento, siano altri gli interessi in gioco…
E se la Politica tralascia colpevolmente la “Questione Familiare” italiana, questa tendenza ha radici antiche. Essa, infatti, si è resa complice nel ‘98 del patto scellerato (DC-PCI-PSI) grazie al quale fu varata la famigerata legge Vassalli (e tradita la volontà referendaria), e il conto di quelle scelte adesso lo presenta la Società Civile: 2.650 vittime legate a fatti di sangue familiari, 1.100 suicidi, 32.000 minori in comunità alloggio, 4,5 mld l’anno tra sprechi e danno erariale.
Ma adesso il livello di guardia si è innalzato a dismisura, e non è più tollerabile continuare ad analizzare gli effetti, studiando metodi per arginare l’emergenza, senza mettere le mani sulle cause che li scatenano. Atteso che l’istituzione del fantomatico Tribunale della Famiglia non risolverebbe, da solo, il problema degli italiani, I tempi sono maturi per ridiscutere l'assetto del potere giudiziario.
Ecco come.
Due CSM, uno per i magistrati delle sezioni civili e uno per il penale. L’attuale Consiglio Superiore, supremo organo di garanzia dell’indipendenza dei giudici, si è dimostrato assolutamente inidoneo a comminare sanzioni di rilievo ai suoi rappresentanti. Esso deve avere al proprio interno validi rappresentanti della società civile, con diritto di voto e in misura non inferiore ad un terzo del totale dei consiglieri.
Divieto di “traghettamento” dal civile al penale (e viceversa). Tale pratica, ammantata dalla esigenza di specializzazione “universale” dei magistrati, ha finora arrecato danni enormi proprio alla stessa professionalità dei giudici, creando un piccolo esercito di funzionari che, appena sono sul punto di affrontare i problemi della gente comune con la sufficiente preparazione che solo dall’esperienza deriva, vengono distaccati ad altro settore per imprecisate “esigenze di rotazione” delle funzioni. Questo modo di fare, non vi è alcun dubbio, pregiudica l’efficacia della giurisdizione sui problemi della Famiglia.
Abrogazione della legge Vassalli e ritorno alla volontà popolare che si è espressa con referendum. La legge in parola esclude accuratamente dalla responsabilità civile l’attività di interpretazione delle leggi. E’ come se il chirurgo di un ospedale pubblico possa venir accusato solo per le diagnosi sbagliate, ma non per l’imperizia dimostrata durante l’intervento chirurgico… Invece, i magistrati che sbagliano devono rispondere personalmente, anche con il pignoramento dei propri beni, come si fa per qualunque funzionario pubblico. Visti i concreti effetti sulla esistenza di chi è stato colpito da errori giudiziari, il risarcimento deve essere significativo (non inferiore al milione di euro). E non andrebbe escluso, da questa nostra analisi, il problema delle ferie. 52 giorni l’anno sono uno scandalo, se raffrontati con l’arretrato che pesa, ogni anno di più, sulla Giustizia.
Una revisione delle funzioni dei magistrati, alla luce degli emolumenti e della guarentigie da essi goduti, deve tener conto di altri dettagli che incidono significativamente, per cui sarebbe opportuno:
 
  • annullare i gettoni per gli incarichi extragiudiziari; 
  • consentire l’avanzamento in carriera solo se ci sono posti disponibili da ricoprire, introducendo un coefficiente e criteri meritocratici;
  • licenziare in caso di secondo errore.
 
Ma come possono entrare concretamente i problemi della Famiglia italiana nella responsabilità civile dei giudici ? Semplice: quando non viene riconosciuto, con qualunque artifizio giuridico, il diritto alla Bigenitorialità, oppure quando si permette che un genitore possa annullare l'altro senza che vengano posti in essere rimedi immediati.
Oppure ancora quando si consente l’allontanamento geografico e affettivo dei figli dal loro contesto abituale, quando non si applica il mantenimento diretto a parità di reddito e quando si aggira la legge concedendo il domicilio prevalente, quando si negano ad una bambino i pernottamenti con l’altro genitore, quando il tempo speso per prendere decisioni è talmente lungo da vanificare qualunque azione di recupero della genitorialità, o da impedire l’insorgenza di disagi nei figli (PAS, innanzitutto). Infine, il magistrato affronta la propria responsabilità civile quando non punisce adeguatamente chi, con false accuse, si sia impossessato dei figli.
A ben vedere, i casi di potenziale responsabilità dei giudici nelle vicende familiari sono tanti, e oggi cominciano a rappresentare la normalità, non appena viene varcata la soglia di un’aula di tribunale. Sarà per questo, probabilmente, che il coperchio sta per saltare.   

[Fonte adiantum.it 05/2010]

"Violata" applicazione legge "affidamento condiviso" - Interrogazione parlamentare dei radicali. Gerardi: "le leggi vanno applicate"

I radicali depositano una interrogazione parlamentare sulla mancata applicazione della legge sull'affido condiviso. La deputata radicale Rita Bernardini ha depositato una interrogazione parlamentare a risposta scritta, elaborata insieme alla Lega Italiana per il Divorzio Breve, con la quale si chiede al Ministro della Giustizia di adottare urgenti iniziative "al fine di garantire la piena applicazione della legge sull'affido condiviso (legge n. 54 del 2006), in modo tale che i diritti dei genitori separati e dei loro figli possano essere realmente tutelati".
Alessandro Gerardi, Tesoriere della Lega per il Divorzio Breve, è l'estensore del testo che è stato presentato dall'On. Bernardini. Contattato da AD-News, ha dichiarato che "i radicali hanno attenzionato il problema del condiviso non applicato già da diverso tempo. Per questo motivo Radio Radicale ha intervistato in numerose occasioni (e continuerà a farlo) i rappresentanti delle organizzazioni che si battono per una applicazione puntuale della legge 54/2006. La legge c'è, e va applicata".
Ecco il testo integrale dell'interrogazione.
 
Atto Camera - Interrogazione a risposta scritta 4-08504 presentata da RITA BERNARDINI
mercoledì 8 settembre 2010,
seduta n.366 BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI.
- Al Ministro della giustizia.
- Per sapere -
premesso che: nella XIV legislatura il Parlamento ha approvato a larghissima maggioranza la legge 8 febbraio 2006, n. 54, recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli; la portata innovativa di questo testo, in linea con l'orientamento prevalente nei Paesi dell'Unione europea, risiede nel riconoscere che «anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale»;
la legge, novellando l'articolo 155 del codice civile, si pone così l'obiettivo di riequilibrare l'asimmetria giuridica e pedagogica (considerato che ben l'88 per cento degli affidamenti hanno carattere esclusivo) che portava i minori, nella maggioranza dei casi, a perdere progressivamente ogni significativo rapporto con il genitore non affidatario;
tuttavia, nei primi quattro anni di vigenza della succitata legge, risulta una diffusa sostanziale inapplicazione da parte dei diversi tribunali della Repubblica, dovuta principalmente alla difficoltà, da parte dei giudici, a distaccarsi da precedenti prassi consolidate, che sono peraltro proprio quelle che la nuova legge intende correggere;
in particolare, la confusione nasce dall'idea che l'affidamento condiviso sia solo una nuova veste lessicale dell'affidamento congiunto già previsto dalla precedente normativa, come risulta dalla motivazione di numerose sentenze, con la conseguenza di poter trasporre nelle nuove situazioni tutta la precedente giurisprudenza;
in questo modo, molti tribunali continuano a sostenere che l'affidamento condiviso può essere concesso solo in un numero limitatissimo di casi, negandolo, in particolare, in presenza di conflittualità, tenera età dei figli, distanza tra le abitazioni dei due genitori; al contrario, la legge n. 54 del 2006 pone invece dei limiti precisi proprio all'affidamento esclusivo, consentendolo solo nelle situazioni in cui un genitore (quello da escludere dall'affidamento) costituirebbe motivo di pregiudizio per i figli, prevedendo altresì la possibilità di condanna per lite temeraria del genitore che abbia pretestuosamente, o infondatamente accusato l'altro di essere pregiudizievole per la prole;
alla precedente ipotesi si affianca a quel che consta agli interroganti peraltro un'altra forma, più subdola, di inosservanza della legge: stabilire l'affidamento condiviso, privandolo però dei suoi contenuti qualificanti, quali la presenza equilibrata presso i due genitori (alcune sentenze introducono il concetto di «collocazione» dei figli, rendendo «collocatario» il precedente genitore «affidatario») e l'assegnazione di compiti di cura, anche sotto il profilo economico, a ciascuno di essi;
simili gravi carenze rappresentano, ad avviso degli interroganti, un danno per la collettività intera, ma soprattutto per i figli, che in caso di separazione dei genitori hanno invece diritto di mantenere, se non la famiglia, almeno relazioni positive con ciascun genitore, onde prevenire sofferenze psicologiche e danni allo sviluppo della loro personalità, che possono arrivare ad innescare depressioni, suicidi, tossicodipendenze e comportamenti asociali;
la Repubblica italiana si basa sul principio dello Stato di diritto e del rispetto della legge
- quali iniziative nell'ambito delle sue competenze il Governo intenda assumere alla luce di quanto descritto dalla presente interrogazione e in particolare quali iniziative urgenti intenda adottare al fine di garantire la piena applicazione della legge n. 54 del 2006 in modo tale che i diritti dei genitori separati e dei loro figli possano essere realmente tutelati.(4-08504) 

[Fonte adiantum.it]

IL TASTO DELL'ASCENSORE È 40 VOLTE PIÙ SPORCO DEL WC


Chiami l'ascensore? Ti converrebbe lavare le mani subito dopo. È quanto sembra suggerire uno studio realizzato per l'università di Arizona da Nichilas Moon, della Microban Europe, che a sorpresa rivela come il pulsante per chiamare l'elevatore sia ben 40 volte più sporco della tavoletta del Wc di un locale pubblico, dunque vero e proprio ricettacolo, per di più subdolo, di germi e batteri. La ricerca che farà saltare dalla sedia i più, ignari del lercio che può annidarsi sul pulsante di chiamata, è stata condotta in alberghi, ristoranti, banche, uffici e aeroporti. E ha così rilevato che in ogni centimetro quadrato dell'interruttore in questione si trovano ben 313 colonie di batteri, contro le otto stanate sulle tavolette del Wc. Tra i microrganismi nei quali potremmo imbatterci anche l'Escherichia coli, nemico giurato della salute dello stomaco.  «In un edificio abitato - spiega Moon - il pulsante dell'ascensore può essere toccato da decine di persone che potrebbero entrare in contatto con tutti i tipi di batteri e a tutte le ore. Anche se i pulsanti vengono puliti regolarmente - avverte - il potenziale per l'accumulo di batteri resta elevato». La ricerca sta rimbalzando sui principali siti internazionali. In realtà, studi precedenti avevano già svelato che in una tastiera di un Pc possono insidiarsi quattro volte più germi che su una tavoletta del Wc di un locale pubblico. Per non parlare della scrivania, che batte i servizi igienici di ben 400 volte. Ma il professor Hugh Pennington, uno dei microbiologi leader della Gran Bretagna, getta acqua sul fuoco: «La presenza di batteri - assicura - non si traduce in danni per la salute. Il miglior modo di proteggersi - suggerisce - è quello di lavarsi le mani prima di mangiare o di maneggiare del cibo». Sempre che non si decida di bandire la pigrizia e optare per le scale.




[ Fonte leggo.it ]